La sorridente gratuità di tota Cina (1ª parte)

Ramonda Cina

Di lei, per prima cosa, ti incanta il sorriso, buono e semplice, incastonato in un viso puro, limpidissimo, con il quale accompagna e rende piacevoli, quasi più di una carezza, i suoi gesti (tanti) e le sue parole (pochissime), che sempre lasciano trasparire l’amore di Dio per l’uomo, specialmente se bisognoso e povero. E se in lei i gesti hanno la prevalenza sulle parole non è certo perché queste le manchino, piuttosto perché le hanno insegnato che Gesù prima ha detto «Va’ e fa’» e soltanto dopo «Va’ e annuncia». Nasce il 26 marzo 1922 in una famiglia numerosa e povera, troppo presto orfana di papà, in cui mamma fatica a mettere in tavola una zuppa come unico pasto comune della giornata, e non è azzardato affermare che sono proprio le ristrettezze vissute in casa che faranno crescere la sua attenzione per i poveri e la sua predilezione per chi fa più fatica. È, comunque, degno di nota che malgrado si debba “tirare la cinghia”, in questa casa si cresce sereni, vigorosi e forti. Dopo le elementari lei comincia a fare la piccola “serventa” in una famiglia e si fa rimpiangere quando se ne va; poi inizia a lavorare “ai bottoni”, come tante ragazze di Fossano, e si fa amare e benvolere da tutti, perché sa ascoltare, consolare e condividere. Si vede che già ai tempi del bottonificio dimostra di essere molto pratica dei “casi umani”, se è vero, come ricorda Walter Giovannacci, che a Pasqua e Natale il padrone della fabbrica chiede consiglio a lei sulle persone da aiutare e beneficare.

Come per la stragrande maggioranza delle ragazze dell’epoca, è l’Azione Cattolica a forgiarla dal punto di vista umano e spirituale, mentre l’ambito sindacale fa crescere la sua attenzione e la sua sensibilità per le problematiche lavorative e per la dignità della manodopera, specialmente femminile. Unica, tra le sue sette sorelle, a non essersi sposata, accompagna la vecchiaia di mamma fino alla morte, per poi scegliere la strada della consacrazione nel mondo, così dimostrando di aver rinunciato al matrimonio “per un più grande Amore”. Aderisce alle Missionarie diocesane, eredi delle Cenacoline, con esse condividendo sempre i momenti di preghiera e di formazione, oltreché la vita comune almeno all’inizio, cioè fino a quando, quasi una vocazione nella vocazione, sceglie di andare a vivere nei locali annessi alla chiesa di San Giorgio, in servizio permanente ed effettivo presso la “Messa del Povero”. È, questa, una benemerita istituzione dell’immediato dopoguerra, per soccorrere i tanti sfollati e bisognosi che l’ultimo conflitto mondiale ha confinato nella miseria, nata dal cuore grande di don Antonio Gazzera e di Luigi Bracco, il bancario che ha scelto Dio e lo serve nei poveri, punto di riferimento fossanese (e non solo) di tante anime in ricerca di Dio. Tra queste ultime, anche Cina Ramonda, frequentatrice assidua degli incontri biblici animati dal “ragioniere”, nei confronti del quale nutrirà sempre rispettosa venerazione e profondo riconoscente rispetto, perché è quest’uomo innamorato del Trascendente che riesce ad affinare la sua sensibilità, insegnandole, come già egli fa, a vedere Dio nelle sembianze del povero.

La “Messa del Povero” non distribuisce soltanto aiuti materiali, piuttosto cerca di coniugare questi, pur indispensabili soprattutto per il periodo, all’altrettanto necessaria elevazione morale e spirituale del bisognoso. È per questo che alimenti e vestiario, oppure il pranzo o la colazione, sono spesso accompagnati da una parola buona e un consiglio, sempre dalla messa festiva, perché anche quando è davanti a Dio il povero fa problema a chi gli è accanto. Sarà per questo che la “Messa del Povero” (che inevitabilmente è figlia del suo tempo), anche 70 anni dopo non ha esaurito le sue potenzialità e la sua carica vitale a servizio dei bisogni della diocesi che sono mutati ma non scomparsi, a dimostrazione che “i poveri li avremo sempre con noi”, secondo la parola del Signore. L’ambiente di San Giorgio sembra fatto apposta per Cina che, da natura certamente, ma soprattutto dalla sua prolungata e costante presenza davanti a Dio, ha maturato una eccezionale sensibilità all’ascolto e una sorprendente capacità di infondere serenità, il tutto sotto l’azione dello Spirito, che è sempre fonte di consiglio e di sapienza e che lei dispensa a piene mani, con la semplicità che le è propria e con l’acquisita capacità di non giudicare e mai condannare. Una testimonianza particolarmente felice ricorda che “Cina era ammirata da tutti per la soavità dei suoi modi, per la sua pacatezza attenta e sensibile che quasi tutti attribuivano ad una eccezionale felicità di temperamento, mentre invece era il risultato di una disciplina costante su un’indole viva, riflessiva e appassionata nello stesso tempo”.

(1 - continua)