La pandemia, un tempo che non va sprecato, anche per le parrocchie

Silvio Crudo, sociologo, aiuta a riflettere sui temi al centro del Sinodo

Crudo Silvio

La pandemia, tra i tanti suoi effetti, ha amplificato e accelerato una serie di cambiamenti anche in ambito religioso, tra cui “la capacità che la parrocchia ha di mantenere viva la relazione con le persone che ne fanno parte”. Dunque, essa, insieme a tante pratiche e figure della fede religiosa, è chiamata a ripensarsi in questo “cambiamento d’epoca” che il Sinodo interdiocesano ha posto al centro del confronto. È la riflessione di Silvio Crudo, docente di sociologia all’Issr-Sti di Fossano, già presidente dell’Azione cattolica diocesana, alle spalle incarichi importanti come assessore comunale (negli anni Settanta) a Fossano e Presidente del Monviso Solidale (fino al 2009). Lo abbiamo intervistato.

Innanzitutto, proviamo ad allargare lo sguardo alla pandemia in cui siamo immersi. Essa sta svolgendo la funzione di rivelatore e acceleratore di processi sociali, economici, culturali... che però erano già in atto da tempo: ci aiuti, in breve, a capire cosa sta cambiando?
Un giudizio definitivo su un fenomeno che è ancora in corso è difficile esprimerlo. Alcuni punti però appaiono già chiari. Ne cito di seguito alcuni partendo però da una premessa che a mio parere è decisiva. Questo tempo non va “sprecato”. Non è cioè un tempo sospeso, da vivere passivamente, ma un tempo che può offrire grandi opportunità, anche a livello individuale, per riscoprire dimensioni di vita dimenticate. A partire dalla riscoperta che nessuno si salva da solo e che l’ ”io” non può mai surrogare le opportunità offerte dal “noi” (dal vivere comunitario), e poi che ciò che dà significato alla vita è la capacità di valorizzare il “presente” e non una costante proiezione al “dopo” o il rifugio in un “passato” che non può tornare.
Allargando la prospettiva ci sono poi altri punti che questa esperienza ha aiutato a chiarire. Qui ne vorrei citare tre. Il primo riguarda il rapporto tra economia e ambiente.  Che economia, lavoro e ambiente siano ambiti connessi lo si sapeva, meno considerato era il fatto che si trattasse anche di realtà “inter-connesse”: legate cioè da un rapporto “biunivoco” per cui se uno sviluppo economico non regolato può avere gravi ricadute sull’ambiente, un problema ambientale può determinare conseguenze tali da minacciare l’intera economia. Il secondo riguarda il rapporto tra privato e pubblico quando in gioco sono beni primari come la salute. L’emergenza sanitaria al riguardo ha dimostrato almeno due cose. Che per quanto riguarda la tutela di beni primari (come la salute) nessuna società ad economia di mercato può rinunciare a un forte sistema di servizi pubblici e che in questi ambiti al sistema pubblico è richiesto di “regolare”, ma non certo di “delegare”, i rapporti con la legittima iniziativa privata. Il terzo punto riguarda gli effetti sociali prodotti dalla pandemia e il modo più efficace per cercare di contenerli. Questi mesi al riguardo hanno messo in evidenza aspetti contrastanti. Da una parte hanno svelato quanto sia alto il prezzo sociale che può essere pagato per una pandemia (si pensi alle chiusure di tante aziende e al possibile aumento dei licenziamenti dopo il blocco di questi mesi), e dall’altra hanno messo in evidenza che l’unica risposta in grado di assorbirne gli effetti in tempi ragionevoli può derivare solo da una risposta coordinata tra paesi diversi che sia fondata su ragioni solidali (come è avvenuto nell’Unione europea).

Anche il mondo religioso è immerso in questo “cambiamento d’epoca”. Un certo mondo di vivere e trasmettere la fede e alcune forme di chiesa stanno tramontando, altre modalità e forme faticano a nascere... (alcuni osservatori, come Papa Francesco e gli studiosi più attenti, lo avevano già colto). Cosa sta succedendo?
Da almeno un ventennio le ricerche sul modo di intendere e vivere l’esperienza religiosa segnalano tre tendenze. La prima è il permanere di un diffuso apprezzamento per l’istituzione religiosa nelle sue espressioni di base (parrocchia) limitato però all’identità culturale che essa simboleggia per il territorio in cui è collocata e ai servizi (religiosi, educativi, assistenziali) che è in grado di offrire. Servizi che per le persone non esauriscono però la risposta alla domanda religiosa. Questa domanda tende infatti ad esprimersi in modo molto differenziato: non tollera vincoli territoriali o istituzionali ed è orientata a scegliere liberamente le risposte all’interno di un “mercato religioso” i cui confini vanno spesso al di là delle tradizionali forme di espressione della fede cristiana. La terza tendenza è quella di una esperienza religiosa che viene vissuta prevalentemente come fatto privato. Come esperienza cioè che non ha particolari implicazioni per la vita e con ciò che avviene al di fuori dei confini della esperienza. A differenza delle forme tradizionali in cui si esprime la religiosità, questo modo di intendere la pratica religiosa, seppure ancora minoritaria, appare in crescita e rappresenta forse il fatto nuovo con il quale la comunità cristiana, se vorrà, dovrà confrontarsi nei prossimi anni.

Tutte queste tendenze ridisegnano il ruolo della parrocchia, inevitabilmente coinvolta in questo processo di cambiamento...
Sì, vi è un problema, legato alla parrocchia, che a mio avviso merita almeno di essere segnalato. Un problema che questo periodo di pandemia ha indirettamente amplificato e che riguarda la capacità che la parrocchia ha di mantenere viva la relazione con le persone che ne fanno parte...

Intervista completa su La Fedeltà del 3 febbraio