Andrea Piras sogna un mondiale professionista

Al giorno d’oggi essere pugile vuol dire allenarsi con costanza e regolarità

Piras Andrea

Praticare la boxe come sport e, soprattutto, come vera e propria professione. È questo il sogno di Andrea Piras, ventiduenne fossanese, che ha da poco annunciato la sua intenzione di approdare nel mondo del pugilato professionistico. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come nasce la passione per una disciplina così “atipica”, rispetto agli sport più in voga tra i giovani, e come ci si allena, per crescere, in tempi di Covid-19.

Fare il pugile professionista. Come nasce questa passione?
In realtà è un amore sbocciato di recente (ride, ndr). Ho sempre giocato a calcio, fino alla categoria Juniores. Poi, quattro anni fa, mentre stavo svolgendo un allenamento di preparazione in palestra, mi sono imbattuto in un corso di boxe tenuto dal maestro Massimo Botta, collaboratore della Boxe Cuneo. Ho voluto provare quasi per gioco e da lì ho abbandonato il pallone e indossato i guantoni.
Che cosa significa, oggi, essere pugili?
Significa allenarsi con costanza e regolarità, investendo in se stessi e nella propria capacità per cercare di raggiungere risultati importanti. Io fino a poco tempo fa ho combattuto tra i dilettanti, fino a raggiungere la categoria Elite, dove per la prima volta ho abbandonato il casco. Ora mi aspetta la sfida più impegnativa.
Nello specifico, quanto ti alleni?
Circa tre ore e mezza al giorno, da quando mi dedico quotidianamente alla boxe. Non si tratta solo di allenamenti legati alla tecnica, ma anche, e soprattutto, di un’attenta preparazione di base di carattere atletico. Solo così, infatti, è possibile sfruttare fattori come la tempestività, la velocità e la potenza.
Esiste un programma specifico di avvicinamento a un incontro?
Sì, anche perché ogni incontro fa storia a sé. La preparazione atletica resta praticamente la stessa, ma per ogni appuntamento occorre sviluppare una tattica precisa, che bisogna cercare di mettere in pratica e che dipende dalle caratteristiche dell’avversario: se è più alto di me, ad esempio, dovrò combattere in un certo modo, mentre se è più basso dovrò muovermi in modo completamente diverso.
Permettici una provocazione: ma la boxe è solo violenza?
Assolutamente no. La differenza tra un incontro di pugilato e una rissa sta proprio negli elementi che ho citato in precedenza. Praticare il nostro sport significa affinare la tecnica, predisporre delle tattiche e metterle in pratica. Ecco perché, spesso, mi piace paragonare la boxe agli scacchi: occorre fare la mossa giusta ma, soprattutto, metterla in gioco nel momento opportuno.
In questi mesi segnati dalla pandemia è stato difficile allenarsi?
Non facilissimo, ma fortunatamente la Federazione ha permesso ai pugili agonisti di continuare a lavorare. Io ho subìto un grave infortunio ai tendini del braccio sinistro poco più di un anno fa e, per assurdo, il lockdown mi è servito per riprendermi, riorganizzare le idee e capire che cosa volevo veramente dalla mia carriera pugilistica.
E la risposta è stata l’approdo tra i professionisti. Qual è, ora, il tuo obiettivo?
Intanto, iniziare a testarmi con i professionisti, poi si vedrà. Ovviamente, ognuno di noi quando inizia sogna una grande carriera, ma sono giovane e avrò tempo per pensare ai grandi obiettivi.
Svelaci almeno il tuo sogno…
Disputare un Mondiale. Per raggiungerlo, però, la strada è molto lunga. Ho avuto la fortuna di conoscere in passato atleti italiani che si giocano titoli importanti a livello nazionale e internazionale. Sogno un giorno di essere come loro.
c.c.