Roberto Sarale 35 anni da numero 1

“Il segreto della mia lunga vita da calciatore dilettante è stato l’entusiasmo”

Sarale Roberto

Poco meno di quindici giorni fa, lo scorso 28 gennaio, Gianluigi Buffon, considerato da molti come il più grande portiere della storia, ha spento le sue “prime” 43 candeline, scendendo in campo qualche giorno dopo per la semifinale di Coppa Italia contro l’Inter a San Siro: una partita che ha confermato la grande longevità di un campione senza tempo, capace di restare ad alti livelli per quasi tre decenni. Se 43 anni sono già tanti, però, in provincia di Cuneo, seppur a livello regionale e provinciale, c’è chi ha fatto molto meglio. Stiamo parlando del fossanese Roberto Sarale, 59 anni il prossimo 14 giugno, che per trentacinque anni ha difeso i pali delle porte della Granda, frantumando un record dopo l’altro. A poco meno di tre anni dal suo ritiro, avvenuto nel 2018 a 56 anni, lo abbiamo incontrato, per rivivere una carriera infinita nel calcio dilettantistico, tra aneddoti, parate e tanto divertimento.

Sarale Roberto
Anno 1983. Un poco più che ventenne Roberto Sarale fa il suo esordio con l’Acaja Fossano contro il Vigone. Che ricordi hai di quel giorno?
Sembra una vita fa (ride, ndr). Campionato di Prima Categoria, vincemmo 1-0 e io mantenni la porta inviolata. Ero emozionatissimo, ma fu una gara tranquilla. Dovetti mettermi in mostra solo con due o tre uscite. Come esordio non fu malvagio, dai.
Quanto era diverso “quel” calcio, rispetto a quello di oggi?
Premesso che le grandi differenze si notano di più nel calcio professionistico, devo dire che molte cose sono cambiate. Era proprio diverso il modo di giocare al pallone. Ci si allenava di meno, ma si curava di più la parte tecnica. Oggi, molti ragazzi sono soprattutto degli atleti, molto preparati da un punto di vista fisico anche in Seconda Categoria. Una volta, invece, i ritmi erano meno intensi, ma c’era più qualità nel rettangolo di gioco.
Era un calcio in cui i portieri molte volte giocavano ancora senza guanti…
Io appartenevo già alla nuova generazione, quindi sfoggiai da subito dei guantoni della Uhlsport, proprio come quelli di Dino Zoff ai Mondiali di Spagna ’82. Anche da quel punto di vista, era un’altra epoca: erano fatti con lo stesso materiale con cui sono rivestite le palline da ping pong, quindi reggevano davvero pochissimo. Ecco perché spesso i portieri preferivano giocare senza.
Fu facile farti spazio tra i grandi “vecchi”?
Non proprio, ma io ho sempre praticamente giocato, tranne il primo anno. La grande difficoltà di allora risiedeva nel fatto che un portiere a 25-26 anni era ancora considerato giovane e da formare. Oggi, invece, con la regola dei fuori quota molti trovano spazio con grande facilità. Forse persino troppa…
Dopo quel debutto con l’Acaja, è iniziato il “giro del mondo” provinciale, durato 35 anni…
Per assurdo, a Fossano ho giocato pochissimo, pur essendo fossanese. La mia unica vera esperienza con la squadra del paese è stata a 44 anni, quando vincemmo il campionato di Promozione 2004/05. Fu una grande stagione, con compagni come Cellerino, D’Errico, Prato e Dalla Riva come allenatore.
35 anni sono tantissimi, ma c’è un ricordo che ti è rimasto più nel cuore rispetto ad altri?
Sicuramente la vittoria dello spareggio di Promozione 1993/94 con la maglia della Cheraschese contro la Saviglianese. Giocammo allo stadio “Fratelli Paschiero” di Cuneo, di fronte a 2.500 spettatori entusiasti. Fu un’emozione unica.
Proprio a Cherasco hai vissuto gli anni migliori della tua carriera…
Sono stati otto anni straordinari. Il mio cuore “calcistico” è rimasto lì, per le soddisfazioni che ci siamo tolti e per le molte ottime persone che ho conosciuto. Proprio con i “lupi” ho toccato il mio record di tredici partite consecutive senza subire reti.
Fu lì che ti fu affibbiato il soprannome “Tacco”…
Stefano Tacconi era il portiere del momento e a me piaceva tantissimo, pur essendo io interista. E poi aveva un bel nome, tanto che mio figlio, guarda caso, si chiama proprio Stefano.
È stato lui il tuo portiere preferito?
Sicuramente mi è piaciuto molto, ma credo che in Italia il più forte sia stato Buffon. Con “Gigi”, ho sempre ammirato due portieri della “mia” epoca: i due portieri del Belgio, Michel Preud’homme e Jean-Marie Pfaff.
C’è qualche ricordo negativo, invece?
Ahimè, in trentacinque anni ce ne sono molti! (ride, ndr). L’esperienza meno piacevole fu la mia seconda parentesi a Mondovì: fu una stagione no, retrocedemmo e più in generale non si creò mai un ambiente positivo.
Eppure anche nella tua ultima stagione ti sei tolto lo sfizio di vincere un campionato…
Nel 2017/18, vincendo la Seconda Categoria con il Murazzo. Fu una bella annata, nonostante avessi già 56 anni.
In conclusione, toglici un segreto: qual è l’elisir di lunga vita per continuare per così tanto tempo?
È molto semplice: l’entusiasmo. Io, anche superati i cinquant’anni, quando prendevo il borsone ero carico a mille e voglioso di scendere in campo. Ho sempre “sentito” la partita, che fosse in Seconda Categoria o Serie D. Quando vengono meno queste sensazioni, allora è meglio smettere.
c.c.

L'intervista completa su La Fedeltà di mercoledì 10 febbraio