Di grande aveva solo l’amore (2ª parte)

Baravalle Maddalena

Gli avisini fossanesi la chiamano “marina” (madrina), che forse è addirittura qualcosa di più dell’universale “magna” (zia), perché è una via di mezzo tra l’essere “mare granda” (cioè nonna, che infatti in molte famiglie patriarcali di una volta veniva anche chiamata “marina”) e madrina di battesimo, cioè quella donna che per questo suo ruolo agli albori della nostra vita, finisce per assumere un ruolo particolare e tenacemente affettivo con il proprio figlioccio. La prima donazione di sangue di Magna Lena viene fatta a Torino ed è datata 1939, cioè alla soglia dei suoi 60 anni, solo tre anni dopo la fondazione dell’Avis a Milano da parte del dottor Vittorio Formentano. Per l’attività trasfusionale sono tempi pionieristici, la si effettua “braccio a braccio” e certamente non con l’attuale rigida disciplina, per cui può capitare il caso limite, per Magna Lena, anche di due donazioni al giorno, dato che non è da lei pensarci due volte o tirarsi indietro quando c’è da salvare una vita.

Da Torino porta a Fossano il desiderio di suscitare anche qui la cultura del dono e di sensibilizzare i suoi nuovi concittadini al dono del sangue: la sua intraprendenza contagiosa si sposa con la professionalità e la competenza del giovane medico fossanese Roberto Viglietta, e da questo incontro nasce il primo gruppo dei Volontari del sangue. L’appello di Magna Lena è pubblicato sul nostro giornale il 5 dicembre 1945, praticamente all’indomani della guerra, con tante realtà da ricostruire e, prima fra tutte, la solidarietà, che il clima avvelenato della guerra civile ha rischiato di soffocare. Passare anche solo concettualmente dall’idea di “sangue sparso” a quella del “sangue donato” non è semplice, anche perché bisogna prima vincere pregiudizi e paure; forse per questo, nel 1946, i donatori fossanesi sono soltanto 16 e appena 45 le donazioni. Poiché però lei non conosce le declinazioni del verbo rassegnarsi e non è nelle sue corde abbandonare sul nascere un’iniziativa di bene, prosegue imperterrita nella sua opera di sensibilizzazione e i donatori pian piano aumentano di numero, reclutati soprattutto grazie al suo esempio, perché malgrado l’età riesce a collezionare ben 101 donazioni. Per lei, gran trascinatrice e impareggiabile propagandista, si è coniato anche una cantilena, di cui troviamo ancora oggi traccia nella fervida memoria di un ultranovantenne: “O din din e dindera, l’è rivaie Magna Lena; Magna Lena l’è arivà e i dunatur a l’à portà”. Il lettore benevolo ci perdonerà la nostra purtroppo imperfetta grafìa piemontese, mentre ci auguriamo apprezzi l’estro fantasioso e spiritoso di una donna che per una buona causa si inventa anche la rima e non solo occasionalmente. Difatti non c’è evento, manifestazione, festa di rione o di famiglia che possa fare a meno della sua rima: a volte prenotata e cercata dagli stessi organizzatori, altre volte da questi semplicemente accettata, magari anche “obtorto collo”, perché le rime di Magna Lena, oltre a suscitare buonumore, sollecitano sempre generosità.

E quando mai c’è una “buona causa” in cui lei non si senta coinvolta e per la quale non si vergogni di tendere la mano? «Talvolta mi diceva», ricorda don Lenta, «Vede quanti gestacci devo fare per i miei malati poveri? Però il Signore sa che lo faccio solo per lui». È così che nascono lotterie, “pozzi della fortuna”, serate benefiche ed eventi teatrali in cui lei calca la scena in qualità di primattrice, di comparsa o di simpatica ed improvvisata macchietta. «Senza dubbio ebbe doti naturali non comuni», scrive don Bertotti, «che ne formarono una personalità degna di rilievo, destinata a lasciare sul suo passaggio orme indelebili e che ha fatto dire da tanti suoi ammiratori: “Persone come Magna Lena non dovrebbero morire mai”. Eppure, con tutta questa dovizia di doni, ne sarebbe potuta uscire una Magna Lena al rovescio… se non avesse trovato il segreto di convogliare le sue grandi potenzialità ad una meta molto alta, che aveva per termine Dio».

(2 - continua)