Dopo un anno…

Cosa è cambiato dopo un anno di Covid, come siamo cambiati? Cosa resta e cosa abbiamo perduto, di noi, dei nostri progetti, del nostro modo di guardare alla vita e al futuro? Dopo dodici mesi lo stesso concetto di tempo sembra aver cambiato i connotati, se pensiamo a noi un anno fa, quando i primi casi in Italia ci facevano capire che quella paura prima lontana diventava vicina, tangibile. Dietro l’angolo. E allora le prime distanze, le mascherine, il gel e i disinfettanti diventati merce rara. La paura, ma anche il rifiuto di alcuni che hanno continuato ostinatamente e irresponsabilmente a far finta di nulla. Rischiando di fare male a se stessi e agli altri. L’informazione tacciata spesso di allarmismo, che in realtà ha cercato di veicolare il messaggio più importante: non abbassare la guardia, mai! È passato un anno, siamo passati attraverso fasi diverse. Fasi diverse anche della nostra percezione della realtà, del nostro modo di vivere, o cercare di convivere con la nuova “normalità”. Che ovviamente ci sta stretta, ancor più dopo dodici mesi di sacrifici, a più livelli. Il sacrificio di stare lontano dalle persone care, pensando che ogni giorno che passiamo lontano da loro è un giorno in meno con loro. La difficoltà di poter andare avanti nelle attività che abbiamo sempre dato per scontate e che sono parte fondamentale della nostra vita: lavorare, andare a scuola, uscire a cena, fare sport, abbracciare un proprio caro. Cosa ci portiamo dentro di questo anno? Resteranno alcune immagini simbolo: i carri dei militari carichi di bare, Papa Francesco che prega in una piazza deserta, il personale medico stremato per aver lavorato incessantemente. Resterà l’immagine degli striscioni con scritto “Andrà tutto bene” che abbiamo guardato con speranza e poi anche con rabbia quando la realtà ci diceva il contrario. E poi ci sono i ricordi personali. Le persone che abbiamo perduto. Ognuno di noi ha perso qualcuno, un famigliare, un amico, un conoscente. E abbiamo sperimentato il dolore dentro al dolore, quello del non poter dire addio con una carezza, un ultimo bacio. Poi l’arrivo del vaccino, dei vaccini. Anche questo è un fotogramma che resterà nei nostri ricordi. Che deve restare. Certo non ha la potenza liberante di un “la guerra è finita”, ma ha la forza della speranza. Una speranza concreta e reale. Certo, non è ancora finita. Non lo è affatto. C’è da sperare che le vaccinazioni aumentino, e si deve fare presto. C’è lo spettro delle varianti. E poi ci sarà da ricostruire, forse da convivere con nuove regole. Papa Francesco lo ha ripetuto spesso “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. Più pericoloso della pandemia c’è soltanto il non fare tesoro di ciò che ci ha insegnato, dolorosamente. Ne dobbiamo uscire cambiati. Non soltanto provati. Cambiati. E dovranno cambiare altre cose, il sistema sanitario, l’assistenza alle persone più fragili. Il nostro stesso rapporto con ciò che ci sta attorno. Senza negarci mai la speranza. Un vaccino che dobbiamo cercare di diffondere e rendere, questo sì, virale. Non è andato tutto bene in questo anno, non possiamo far finta di nulla. Ma possiamo lavorare, tutti, perché il futuro sia migliore.