“Il lavoro femminile vittima del Covid e della nostra arretratezza culturale”

Intervista alla fossanese Danila Botta, esponente della segreteria regionale e provinciale Cgil

Botta Danila Cgil

Non sono ancora noti i dati sull’andamento dell’occupazione in Piemonte nel 2020. Ma quelli nazionali raccontano che nell’anno del Covid sono andati in fumo 110 mila posti di lavoro, dei quali 99 mila hanno riguardato donne. Risultato: la percentuale di occupazione femminile oggi è regredita alle percentuali di 20 anni fa (42-43%). In Piemonte preoccupa il caso Torino. La provincia di Cuneo un po’ meno, in quanto isola (relativamente) felice nel panorama occupazionale. Ma qualche contraccolpo si comincia a sentire anche dalle nostre parti. Alla vigilia dell’8 marzo ne parliamo con Danila Botta, fossanese, componente della segreteria regionale e provinciale della Cgil.

Perché questi numeri? Ci aiuti a spiegarli?
Questi 110 mila posti di lavoro persi sono nella stragrande maggioranza lavori precari, essendo tuttora in vigore il blocco dei licenziamenti. Il fatto che più di nove decimi abbiano interessato donne ci conferma che gran parte del lavoro precario in Italia è lavoro femminile. Si tratta soprattutto di impieghi nel terziario, del commercio e dei servizi.  

Sorpresa?
No. Ma è il segno di qualcosa che non va nel nostro Paese. Perché nasconde una concezione “culturale” di fondo: quella secondo la quale alla donna sono riservati lavori di sostegno al reddito, lavori-surrogato. Ovvero i lavori che al primo segnale di difficoltà possono anche scomparire. La conseguenza è che, in questo modo, tante donne non riescono a conquistare una propria autonomia: una circostanza che è innanzitutto una causa importante di debolezza economica del nostro Paese (un tasso di occupazione del 60-70% garantirebbe 7 punti di Pil in più) ma anche, nello stesso tempo, una fonte di arretratezza culturale. E in fondo, dal momento che tutto si tiene, non è estranea nemmeno a un fenomeno in continua crescita come gli abusi e le violenze, ben più difficili da denunciare se le donne non sono nelle condizioni economiche di separarsi dal proprio aguzzino.   

Il quadro è desolante. Ma da dove bisognerebbe cominciare a intervenire per invertire la tendenza, almeno dal punto di vista lavorativo?
Io partirei da una politica che non consideri il lavoro soltanto come una merce di scambio, ma come uno strumento essenziale di sviluppo del Paese. È necessario rendere stabile il lavoro ma contemporaneamente garantire una “flex-security”, come si chiama oggi, attorno ad ogni persona: ovvero il diritto ad essere tutelati, in caso di perdita di lavoro, da ammortizzatori sociali e sostenuti da una formazione continua, perché in una società con un grado di evoluzione così rapido come la nostra, quello che sapevi ieri non basta più per lavorare domani, nonché da politiche attive per la ricollocazione. In altre parole, è (sarebbe) necessario far tornare il lavoro al centro della vita sociale. Non è quello che abbiamo vissuto in questi anni (il jobs-act insegna), ma non perdo la speranza. Il Recovery plan potrebbe darci una grande mano in questo senso. A patto di dire basta ai finanziamenti a pioggia alle imprese, per cominciare a sostenere soltanto chi intende creare sviluppo e lavoro stabile. 

Non credi che servirebbero anche più asili nido e più servizi di sostegno alle mamme lavoratrici?
Assolutamente sì, sono strumenti indispensabili per evitare di dover porre il dilemma tra lavoro o famiglia, come è avvenuto in tempo di Covid con la chiusura delle scuole. Mi piacerebbe anche fossero considerati servizi di sostegno alla genitorialità e non soltanto alle donne: non ci ho ancora rinunciato, ma dopo 20 anni vedo che è un concetto che non passa, se è vero che l’80% del lavoro di cura è a carico delle donne. D’altra parte - lo dicono i dati - le donne si laureano di più degli uomini e con i voti migliori. Eppure sono pochissime quelle che riescono a rivestire i posti apicali, tanto nel pubblico quanto nel privato. Se non è un problema culturale questo...