Il prete “giusto” di Maddalene (1ª parte)

Mana Don Antonio

Anche da Maddalene, senza spostarvisi mai, si può salvare il mondo, perché nel Talmud è scritto che “chi salva una vita salva il mondo intero”. Non è impossibile, dunque, ma certo non si può dimenticare che, mentre ogni uomo porta iscritta in sé la capacità di opporsi al male, solo chi è “giusto” diventa capace di compiere gesti di enorme rilevanza equiparabili a salvare il mondo. Essere giusto, cioè giudicare e operare secondo giustizia, per un prete e più in generale per ogni cristiano, dovrebbe essere la normalità di un’esistenza modellata sul Vangelo, che non a caso proclama beato proprio chi “ha fame e sete di giustizia”. Per la tradizione ebraica, invece, la valenza del termine “giusto” è ancora maggiore e il Talmud specifica che ogni generazione conosce 36 Giusti, dalla cui condotta dipende il destino dell'umanità. Ebbene, proprio a Maddalene è vissuto un prete così. È nato a Genola nel 1902, in una famiglia povera che mastica giustizia e rettitudine nei rapporti con il prossimo e che ancora considera una vocazione sacerdotale o religiosa come una benedizione del Signore.

Ordinato prete il 3 giugno 1928, don Antonio Mana inizia il suo ministero a Villafalletto, dove resta sette anni: quando lo trasferiscono nel 1935, lascia una gioventù in lacrime, perché capiscono benissimo che si è speso per tutti, senza riserve. Fa il suo ingresso come pievano di Maddalene il 15 settembre 1935 per sostituire don Luigi Giobergia, che una settimana prima è stato trasferito a Genola. La festa che gli preparano (e di cui il nostro giornale, contrariamente al solito, dà un ampio resoconto) è almeno pari all’attesa del suo arrivo: la fede è viva, la comunità variegata e partecipe, la gente sinceramente affezionata al suo pievano. Don Mana non li delude: per 35 anni sarà pastore premuroso, guida saggia, dispensatore generoso e attento della Parola e dei Sacramenti, espressione “ante litteram” di una Chiesa in uscita, tanto da far pensare che quando papa Francesco ha parlato del pastore “con l’odore delle sue pecore” avesse in mente proprio lui, il don Mana di Maddalene, che nel 1945 dimostra con i fatti come il pastore buono sia disposto anche a dare la vita per il suo gregge. Lo ascoltiamo dalla sua viva voce, nell’intervista rilasciata vent’anni dopo a don Giorgio Martina: «Durante un rastrellamento ben 76 miei parrocchiani furono fatti prigionieri e rinchiusi alla caserma Piave. Allora lo stesso giorno mi recai al comando tedesco e incominciai a insistere e implorare perché non fosse fatto loro alcun male. Verso sera mi mandarono a casa dicendomi di ritornare il mattino seguente, l’indomani mattino presto mi recai di nuovo alla Piave. Dopo non poche difficoltà riuscii a far mettere in salvo la mia gente che poté ritornare alle proprie case senza che fosse successo loro nessun guaio». Lo racconta così, con la naturalezza di chi è convinto di non aver fatto nulla di speciale, ma la storia ci insegna cosa effettivamente si rischia a negoziare con i nazisti la liberazione degli ostaggi e si sa per certo che don Mana ha già messo in conto di offrire se stesso in cambio della vita dei suoi parrocchiani. Dato che eroi non si diventa in un giorno e che il comportamento di oggi è sempre frutto di un lungo cammino di donazione e sacrificio, possiamo immaginare il percorso compiuto da questo “curato di campagna” da quando, ancora a Villafalletto, lo vedono saltellare da una trave all’altra per spegnere un incendio e per mettere in salvo le persone che abitano quella casa.

Il mattino del 12 settembre 1943 due coppie di ebrei, una di origine austriaca e l’altra polacca, arrivano a bussare alla porta della canonica di Maddalene. «Quelle povere creature - racconta don Mana -, arrivavano dalla Francia. Erano stati trasportati a Parigi in vagoni bestiame sigillati. Alla “Gare de Lion” il treno era stato bombardato ed essi si erano rifugiati sotto la protezione della IV Armata che operava nelle Alpi in Savoia. Allo sbandamento dell’8 settembre erano discesi con i soldati italiani a Borgo San Dalmazzo e di qui, nella sera stessa attraverso i campi e i boschi, erano arrivati a Maddalene». Il buon don Mana neppure lontanamente immagina cosa possa significare aprire, quel mattino, la porta di casa sua a questi sconosciuti: da fedele operaio del Vangelo si limita a mettere in pratica ciò che il suo Maestro ha promesso a chiunque bussa e spera di trovare aperte la porta di casa e quella del cuore. Da quel giorno si imbarca in una situazione dai rocamboleschi risvolti e dagli autentici equilibrismi cui sarà costretto per salvar la vita, rischiando la propria, a quelle quattro persone che, nel caso trapeli la loro autentica identità, sarebbero immediatamente destinate ad un campo di sterminio.

(1 - continua)