Convertirsi da una Chiesa che va (solo) in chiesa, ad una Chiesa che va a tutti

Approfondimento Sinodo: intervista al teologo e docente Duilio Albarello

Firenze 13-11-2015 Partecipanti e lavori in occasione del Convegno Ecclesiale della Conferenza Episcopale Italiana. Interventi conclusivi delle cinque vie don Duilio Albarello Ph: Cristian Gennari/Siciliani

Proseguono le interviste dedicate a comprendere e a interpretare il contesto in cui si svolge il Sinodo interdiocesano. Con un’attenzione alla vita della Chiesa nei suoi tanti aspetti, a sua volta inseriti nel contesto più ampio della pandemia che, per alcuni versi, sta facendo cadere abitudini e prassi sclerotizzate, dall’altra spinge a cercare nuove strade e a percorrere sentieri inesplorati. Un tempo favorevole da non sprecare, da non lasciar scorrere inutilmente in attesa di una “normalità” che non potrà più essere quella di prima. “Il «sacramento della mascherina» ci ha soltanto costretti a gettare la maschera, a riconoscere che non è sufficiente «ritornare come prima», perché non era affatto il migliore dei mondi ecclesiali possibili”. Una metafora efficace quella usata da don Duilio Albarello, teologo monregalese, docente allo Sti-Issr di Fossano. Lo abbiamo intervistato.

Innanzitutto, proviamo ad allargare lo sguardo alla pandemia in cui siamo immersi. Essa sta rivelando e accelerando cambiamenti sociali, economici, culturali... che però erano già in atto da tempo. Anche il “mondo religioso” è immerso in questo “cambiamento d’epoca”. Un certo modo di vivere e trasmettere la fede sta tramontando, ma ancora non si intravvede l’alba del giorno nuovo... Che cosa ha da dire il teologo su questo?
Non è scritto da nessuna parte che la pandemia ci renderà migliori. Ce lo siamo ripetuti: «Andrà tutto bene!». Io sarei più cauto: potremo anche peggiorare e abbruttirci. I segnali non mancano. Tutto dipenderà da come ci lasceremo interpellare e saremo capaci di ridefinire le nostre priorità. Questo vale anche per i cristiani, e in particolare per i cattolici, per la Chiesa cattolica.
Nei vangeli c’è una parola ben precisa per indicare questo: «conversione», il cui significato suggerisce una decisa inversione di rotta, un cambiamento radicale di mentalità. Dentro la parola conversione c’è dunque l’idea che il cambiamento non accade in modo spontaneo, ma richiede un investimento di determinazione e di scelta, sia personale che comunitario.

Da tempo è in atto un processo di svuotamento fisico delle chiese e il Covid-19 ci ha messo impietosamente davanti alla scena finale dell’esodo in atto. Condividi questa valutazione?
Parto da un’immagine-chiave: le chiese vuote durante il lockdown di marzo/aprile 2020, svuotate dal divieto motivato da ragioni sanitarie di celebrare riti religiosi in forma pubblica. Di punto in bianco, la Chiesa si è trovata spinta ad uscire dalle chiese; la comunità dei fedeli ha perso quella che ad fino ad oggi rimane la sua modalità principale di espressione, quella liturgica, e quindi ha dovuto disperdersi, lasciandosi trasportare fuori in un movimento di diaspora. In verità ormai da tempo si parla in Europa di un “cristianesimo della diaspora”. Con tale formula si vuole indicare che la secolarizzazione ha sgretolato la cristianità, ossia la perfetta sovrapposizione tra appartenenza ecclesiale e appartenenza civile. Mettere in discussione questa sovrapposizione significa cambiare i connotati dell’identità cristiana. Nella cristianità, l’identità della Chiesa trova il suo contrassegno nell’occupazione integrale degli spazi; è un’identità che rivendica un primato, un peso nell’asseto della convivenza civile. Invece muoversi dentro un movimento di diaspora significa che adesso l’identità cristiana si misura piuttosto nel riferimento ad una dispersione all’interno del corpo sociale, che permette ai discepoli di essere sale e lievito dentro la rete delle relazioni interpersonali e collettive.

Niente sarà più come prima, afferma qualcuno. Cosa occorre cambiare (nella catechesi, nella liturgia, nella pastorale...), nell’attesa del ritorno ad una presunta “normalità”?
C’è una lezione fondamentale, che siamo provocati ad imparare dalla pandemia e che dovremmo evitare di rendere una semplice parentesi: convertirsi da una Chiesa che va (solo) in chiesa, ad una Chiesa che va a tutti. Una Chiesa che va a tutti non ritiene che il problema sia risolto quando si sono riaperte le chiese per fare le celebrazioni con la mascherina. Il «sacramento della mascherina» ci ha soltanto costretti a gettare la maschera, a riconoscere che non è sufficiente «ritornare come prima», perché non era affatto il migliore dei mondi ecclesiali possibili. Non basta rattoppare il vestito vecchio di un cristianesimo borghese. Il punto è mirare ad una Chiesa de-centrata, davvero in uscita, consapevole che la sua missione è mettersi al servizio di un’autentica umanizzazione in nome del Vangelo di Gesù Cristo. Nessun rimpianto, dunque, per la cristianità perduta, bensì l’apertura ad un modo diverso di concepire lo stile della Chiesa e la confessione della fede.

leggi l'intervista completa su La Fedeltà del 10 marzo