Il prete “giusto” di Maddalene (2ª parte)

Mana Don Antonio

Accogliere quattro adulti, in quei tempi, vuol dire mettere in piedi una non indifferente macchina dell’accoglienza: oltre ai locali in cui ospitarli significa, infatti, provvedere al loro mantenimento in un periodo in cui i viveri sono razionati e assegnati nominalmente in base alla famigerata “tessera della fame” o annonaria che dir si voglia. In parole povere, occorre che qualcuno “tiri la cinghia”, rinunciando a qualcosa di suo per togliere la fame ad un altro, anche se vivere in campagna certamente significa poter contare anche su quanto l’orto o il pollaio, in qualche maniera, riescono a fornire per mantenere gli inattesi e clandestini ospiti. Non avendo rivelato ad anima viva la vera identità dei suoi ospiti, don Mana è convinto che a Maddalene davvero nessuno sappia (lo ripete con forza anche vent’anni dopo la guerra: «Nessuno seppe mai chi fossero. Forestieri, si diceva, e basta»), ma le testimonianze che stanno emergendo fanno invece capire che qualcuno sa, altri deducono, molti sussurrano, ma per la stima e l’ammirazione che hanno verso il coraggioso prete, quasi per un tacito accordo fra loro, tutti fanno finta di non sapere e, se possono, aiutano. Come, ad esempio, a trovare una soluzione alloggiativa meno “in vista” per le due coppie, sistemandone una nella campagna murazzese, l’altra, la famiglia Mahler che proviene da Vienna, sempre a Maddalene, ma in una casa discreta e fuori mano.

A rifornirli di cibo, ovviamente, è sempre lui, don Mana, preferibilmente di notte e sfidando il coprifuoco. Una notte di novembre 1943, a casa di don Mana, la situazione assume risvolti tragicomici: «Una sera arrivarono qui otto partigiani sfiniti, affamati, gambe gonfie e sanguinanti. In casa canonica erano alloggiati i tedeschi. Gli ufficiali si erano sistemati nella mia camera da letto e in quella delle mie sorelle e la truppa al piano terreno. Per combinazione quella sera erano miei ospiti anche i quattro ebrei. Allora rinchiusi questi ultimi nella camera dei forestieri e poi con mille stratagemmi feci salire i partigiani sul solaio della chiesa. Portai loro dei viveri e delle coperte e per tutta la notte rimasi appollaiato su una scala a pioli, per paura che succedesse un disastro. Al mattino convinsi poi i partigiani ad andarsene alla chetichella sulle rive di Stura. I tedeschi invece rimasero in canonica due mesi». Altre volte i contorni sono molto più “ecumenici” e addirittura poetici: «Tra i tedeschi c’era uno che suonava magnificamente il violino, la signora ebrea era un’organista di valore e così nelle feste solenni di Natale e Capodanno a Maddalene c’era un’ebrea che suonava l’organo, un tedesco che suonava il violino e il parroco che cantava le nenie pastorali. Poi, dai due coniugi austriaci nacque anche un bambino e il parroco dovette provvedere a tutto il necessario per un neonato, poiché quella gente non aveva un centesimo».

Dall’indomani della liberazione il nostro don Mana, da buon “curato di campagna”, torna nella sua normalità, quella che i bambini di Maddalene hanno scoperto, intervistando nel 2016/2017, le “memorie storiche” della frazione che hanno fatto emergere la figura di un padre-pastore, attento e sollecito per i bisogni della sua gente, burbero e tenerissimo nello stesso tempo, pronto in una notte d’emergenza a trasformarsi in ostetrico d’urgenza, oppure in bambinaio per svariate sere, aiutando a far addormentare le nidiate rimaste senza genitori;  il prete “alla mano” che, accorgendosi della mancanza degli uomini in chiesa, li va a cercare sui campi improvvisati da bocce, giocando una partita con loro per radunarli alla fine in un momento di preghiera; il prete “tutto a tutti”, che prima di Natale fa provviste di carne perché non manchi sulle tavole dei più poveri, che condivide il poco della sua tavola con chi bussa alla porta, ma che non disdegna anche un buon bicchier di vino e una fetta di salame nel cortile dei suoi parrocchiani, pur di avvicinare qualcuno e sussurrare una parola buona; il prete cui piace cantare («il canto era il suo unico divertimento») e che ritrovi volentieri nelle cricche dei più canterini. Un giorno confida ad un confratello: «Quando il Signore mi chiamerà e sarà la mia ora, vorrei che fosse di venerdì santo». Sembra che a un prete così neanche il Signore possa dire di no: difatti viene a prenderlo il 27 marzo 1970, venerdì santo, dopo che un infarto lo ha stroncato durante i riti della settimana santa, rendendo inutile anche il pronto ricovero all’ospedale. «È morto il prete più buono della diocesi», sussurrano durante il funerale, il giorno di Pasqua, i suoi parrocchiani e nessuno li può smentire: 50 anni dopo viene proclamato “Giusto fra le nazioni”, il massimo riconoscimento riconosciuto a un non-ebreo, perché un certo signor Mahler è voluto tornare a Maddalene, la terra in cui è nato, grazie a un prete che ha offerto ospitalità e celato i suoi genitori, salvando la vita a tutti tre a rischio della propria. Dai suoi genitori ha imparato e non ha più dimenticato che don Antonio Mana «era il primo e l’unico in Italia che ci invitò subito a mangiare con lui in famiglia e ci nascose nella sua casa e ci offrì la sua camera! E questo era soltanto il principio dei benefici che ha fatto per noi. Queste sono cose che non si possono dimenticare!».

(2 – fine)