Sommersi dai rifiuti – parte 1: le mascherine abbandonate

Per logica dal lockdown prima e dagli spostamenti ancora oggi contingentati l’ambiente avrebbe dovuto trarne beneficio. Meno persone in giro = meno sporcizia. Forse a marzo dell’anno scorso un piccolo vantaggio c’è stato. Ma ora decisamente no. Perché le nostre strade, i prati e i campi coltivati, purtroppo, ne sono pieni. Di rifiuti piccoli, quelli che si gettano comodamente dal finestrino dell’auto, e quelli così ingombranti che si farebbe la stessa fatica a portarli all’isola ecologica, solo che lì avrebbero una fine molto diversa, molto più dignitosa per l’ambiente.

Nell'edizione del 17 marzo de La Fedeltà abbiamo dedicato ampio spazio al tema e qui ne riproporremo alcuni.

Partiamo dalle mascherine che no, purtroppo non si possono riciclare. E sì, devono essere cambiate spesso. Ma soprattutto vanno gettate nei cestini o nei cassonetti dell’indifferenziato. Di certo non a terra, sulla strada, nei prati, nelle bealere. E invece anche nel fossanese si trovano un po’ ovunque questi “nuovi” rifiuti: le mascherine. Fino allo scorso anno erano utilizzate solo da medici, estetiste e altri professionisti. Ora per proteggerci e proteggere gli altri, senza mascherina non possiamo stare. Ma questo non ci autorizza a gettarle dove capita. Primo perché sono potenziale fonte di contagio. Poi perché sono molto pericolose per gli animali, soprattutto se hanno ancora gli elastici integri. E terzo, ma forse punto più importante: sono altamente inquinanti.
Nel mondo si stima che si utilizzino 3 milioni di mascherine al minuto, 129 miliardi al mese. Quasi tutte sono mascherine usa e getta, composte prevalentemente da microfibre di plastica. Quando questi dispositivi di protezione individuale si sfilacciano nell’ambiente, rilasciano tantissime minuscole particelle di plastica (microplastiche e nanoplastiche) che si diffondono con facilità e rapidità. Nell’acqua che poi diventa nutrimento dei terreni, nei
campi che vengono coltivati e i cui frutti finiscono nelle nostre tavole, nel Mediterraneo che diventa un mare di microplastiche. Davvero ce le vogliamo mangiare le microplastiche?
Anche nelle nostre città basta fare due passi per trovare mascherine a terra. A volte a poca distanza dai cestini. Il senso civico a quanto pare non è abbastanza e la pandemia ha fatto di nuovo assopire quella sensibilità per la salute dell’ambiente che Greta Thunberg aveva risvegliato.
A noi de la Fedeltà la città con le mascherine a terra è una città che non piace. E siamo certi che neanche a voi piaccia camminare sopra chirurgiche e Ffp2: diamoci una mano, proteggerci significa anche fare attenzione a dove le mascherine finiscono. Indossiamole sempre, ma non abbandoniamole mai.