Vangelo di Quaresima 6 – L’infinito è tanto, ma l’eterno di più

Domenica delle Palme 2021

Crocifisso
foto SIR

Fermarsi a parlare con le persone ricoverate e con i loro familiari nel nostro Presidio riabilitativo, è certamente una esperienza che mi offre la possibilità instaurare relazioni, condividere gioie e dolori altrui, e integrare con l’esperienza sul campo i corsi di filosofia e teologia. Anche se la semantica mi direbbe che il paragone è improprio, in Ospedale ho fatto una scoperta: infinito ed eterno non sono sinonimi. L’infinito appartiene alla sfera del male: il dolore della mamma accanto al figlio in stato vegetativo permanente, lo smarrimento del bimbo che guarda il padre muovere solo più l’indice della mano, lo sconvolgimento del progetto di vita della ragazza accanto al compagno colpito da una emorragia cerebrale, sono smisurati e non hanno confini. L’eterno, invece, è qualcosa di diverso e appartiene alla cerchia della cura: la tenacia di medici, fisioterapisti, logopedisti e operatori sanitari, l’amore ostinato dei familiari e l’esserci cocciuto degli amici, dicono: “Io con te ci sarò sempre! Non finirà così!”. L’infinito ogni giorno lo vedi fare a pugni con l’eterno e tentare di colpirlo ai fianchi per metterlo al tappeto; viceversa, i gesti della cura sono forti ma talvolta, a confronto con le percosse ricevute, assomigliano a carezze in un match senza esclusione di colpi, dove i round sembra non debbano finire mai.

Sotto questo profilo, nella notte del Getsemani raccontata dall’evangelista Marco, anche Gesù sperimenta “l’infinito” in un crescendo di angoscia, solitudine, smarrimento e dolore. Questa è la potenza del male: inesorabile, senza tregua e strafottente. Tant’è vero che, appeso alla croce, grida: “Dio mio perché mi hai abbandonato?”. È crudo Marco nel suo racconto, pare di vederlo passeggiare in una corsia d’ospedale e prendere appunti. Dicono gli esperti che la narrazione della Passione occupa una parte sproporzionata dell’intero Vangelo: poche ore in tante pagine. Hanno ragione. A pensarci bene, non è forse disarmonica anche l’esperienza di familiari e amici che, dopo un evento traumatico successo ad una persona cara, la vedono mesi e mesi impegnata nella riabilitazione e poi, tante volte, costretta a convivere con gravi deficit nel corpo o nella mente? E in questo “infinito” il Padre dei cieli non apre bocca: non scioglie l’enigma del male, non capovolge la sorte di chi ha posto in Lui ogni fiducia, e nemmeno se ne esce con “una voce dal cielo” come nei tempi d’oro. Ma “l’eterno” c’è: alcune sue tracce si ritrovano nella figura di Giuseppe d’Arimatea e nei suoi gesti all’apparenza inutili: comprare un lenzuolo, deporre dalla croce il corpo di Gesù, avvolgerlo in un sudario e posarlo nel sepolcro. Forse per dirgli: “Io con te ci sarò sempre! Non finirà così!”. Nonostante tutto, fino alla fine. Ed è questo ciò che una madre, un figlio e una compagna sussurrano a chi è disteso in un letto d’ospedale. In quel non senso, dove la bocca di chi non è affettivamente coinvolto prima di parlare è bene misuri ogni sillaba, l’Eterno metterà la sua mano.

Paolo Tassinari