Aveva trovato a Gerbo l’anticamera del paradiso

GARELLO Don Giovanni

Dicono somigli (la testimonianza è di don Giovanni Minero) a Papa Giovanni XXIII: forse, più per la bontà dei gesti e la semplicità del cuore che non per i tratti fisici, anche se una certa analogia la si può cercare nel fisico massiccio e nella fisionomia paciosa. Don Giovanni Garello nasce a Roata Chiusani il 27 maggio 1913 e all’origine della sua vocazione ci sono due genitori ricchi di fede che ancora provano orgoglio nell’avere un sacerdote in famiglia, ma c’è anche magna Rosa, che per il suo sacerdozio ama, soffre e prega. Raccontano che mamma abbia voluto far presentare questo suo neonato, subito dopo il battesimo, all’altare dell’Addolorata (devozione molto sentita nel roatese), per metterlo in modo particolare sotto la di lei protezione e non c’è motivo di dubitarne, non fosse altro che per l’impronta decisamente mariana che saprà dare al suo ministero. Che inizia nel 1938 con l’ordinazione e che viene svolto per un anno a Borgo S. Antonio e per altri sei a Villafalletto, prima di arrivare a Gerbo a guerra finita, con una comunità da ricostruire, una memoria da pacificare, tante ferite da sanare. Parte con l’entusiasmo dei trentenni e con lo slancio degli apostoli, indicendo le sacre missioni parrocchiali già l’anno successivo al suo arrivo, quasi a voler subito rifondare la comunità sopra valori autentici, che la guerra, a Gerbo come ovunque, ha terribilmente squassato. Le ripeterà poi nel 1952 e nel 1966, quest’ultima soprattutto per preparare la sua gente alla riforma liturgica che sta facendo capolino nella Chiesa.

In quell’immediato dopoguerra, invece, è importante donare nuovo impulso all’Azione Cattolica, dal passato glorioso e che il ventennio fascista ha inutilmente cercato di soffocare, ma soprattutto farsi impareggiabile ricostruttore di coscienze attraverso una illuminata direzione spirituale. Ai più generosi tra i suoi parrocchiani propone gli esercizi spirituali, a Cussanio o a casa Betania, che qualcuno ha la forza di ripetere annualmente e i frutti cominciano a vedersi. Gli viene unanimemente riconosciuta una particolare predisposizione nella direzione degli animi femminili ed è proprio tra questi che raccoglie frutti insperati: una ventina di suore (curiosamente, una per ogni anno vissuto a Gerbo), indirizzate alle varie congregazioni, ma soprattutto verso le Giuseppine di Cuneo. Significativo che, tra queste vocazioni, almeno una dozzina siano proprio della parrocchia di Gerbo, quasi a dimostrare che la miglior pastorale vocazionale non è fatta a tavolino e non è frutto di proclami, convegni o da più o meno dotte dissertazioni, ma essenzialmente nasce «dallo stupore di un incontro», per dirla con papa Francesco. E chi viene in parrocchia a Gerbo per cercare luce, sa di incontrare un autentico uomo di Dio, capace di affiancare e aiutare, con profondo equilibrio e gran moderazione, ad «ascoltare, discernere e vivere la chiamata». Perché la cifra del suo sacerdozio è comunque da cercare, essenzialmente, nella sua capacità di dialogo e nella sua accogliente ospitalità. È talmente normale “sentirsi a casa” da don Giovanni che la canonica di Gerbo si spalanca volentieri per accogliere confratelli in difficoltà, ma anche quelli in partenza o in arrivo dalle missioni. Anche il Servo di Dio don Stefano Gerbaudo, perseguitato dal cancro che lo sta divorando, ad agosto 1950 viene a trascorrervi alcune settimane, trovando qui non solo un letto e qualcosa di caldo, ma soprattutto in lui il più umile ed affettuoso degli infermieri, sempre disponibile per ogni servizio, di giorno e specialmente di notte.

L’Addolorata di Roata Chiusani sembra davvero aver lasciato un’impronta indelebile nel cuore di don Giovanni. Dicono che sia soprattutto grazie a Lei se «natura e grazia si sposano felicemente in lui da renderlo sacerdote ricco di umanità e di comunicabilità spirituale». Sgranando il rosario e contemplandola “Madre di misericordia”, modella su di sé uno spirito misericordioso e paterno, di modo che «chiunque lo avvicini, anche una sola volta, ne riporta il ricordo della fiducia e dell'amicizia aperta a tutti: nell'accoglienza semina pace e spirito di pazienza sulle miserie umane». Vive in modo vibrante e partecipato con i suoi parrocchiani l’evento diocesano della “Peregrinatio Marie” del 1948, traendone spunto per ripeterla nel 1952 a livello parrocchiale e facendola terminare con la consacrazione di ogni famiglia alla Madonna di Cussanio, come attesta un quadro, fino a poco tempo fa visibile nel coro del santuario, con i nominativi delle famiglie aderenti all’iniziativa. E, infine, non è forse un caso che la morte venga a coglierlo il venerdì precedente la Domenica delle Palme, che prima della riforma del calendario liturgico era per l’appunto dedicato alla memoria dei dolori di Maria. Perché l’arciprete di Gerbo, anche se ha solo 53 anni, sta salendo anch’egli, in modo silenzioso e riservato secondo il suo stile, l’erta faticosa di un calvario personale, culminato, durante la quaresima 1966, in quaranta giorni di atroci sofferenze. Che negli ultimi giorni gli tolgono anche la forza di parlare, ma non di rispondere un “sì” entusiasta al vicario generale, che gli chiede se offre volentieri la vita per il bene spirituale dei suoi parrocchiani. Fedele e innamorato fino all’ultimo della sua gente di Gerbo, alla quale nel testamento spirituale ha raccomandato: «Amate, aiutate, frequentate la chiesa parrocchiale: è l'anticamera del Paradiso».