Gioco d’azzardo, la controriforma che riapre alle vecchie slot è legge

La maggioranza regionale approva. La nuova norma cancella la retroattività dei divieti

Gioco d'azzardo, la protesta in Consiglio regionale
Gioco d'azzardo, la protesta in Consiglio regionale

Via la retroattività. Al terzo tentativo, nonostante qualche perdita da “fuoco amico” (4 astensioni dei consiglieri di Fratelli d’Italia e del consigliere della Lega Alessandro Stecco che non ha partecipato al voto), la maggioranza consiliare in Regione è riuscita a far approvare la nuova legge sul gioco d’azzardo legalizzato che consente a chi aveva dismesso gli apparecchi per il gioco (le slot machines) con l’entrata in vigore della legge Chiamparino, di rivolgere istanza di reinstallazione, anche se sono intervenuti cambi di titolarità, senza che ciò sia equiparato a nuova installazione.

La modifica era cara soprattutto alla Lega, che questa volta è riuscita a far rientrare le perplessità di Forza Italia e, in parte, di Fratelli d’Italia (nonostante la bocciatura in extremis di due emendamenti presentati dal capogruppo Maurizio Marrone, che avrebbero ampliato i poteri dei sindaci). Il tutto nel silenzio del presidente Alberto Cirio, che non ha partecipato alla discussione, forse per marcare le distanze dal provvedimento, apparentemente più subìto che voluto.

Totale, di certo, è stato il dissenso di tutto il mondo dell’associazionismo, che nelle audizioni in Commissione ha inutilmente perorato la causa della vecchia legge e i risultati - confortati dai numeri - raggiunti nel contrasto alle ludopatie.

Sulle barricate anche le forze di minoranza, che questa volta però non sono riuscite nell’impresa di fermare il voto con i loro emendamenti (a migliaia) sui quali è stata applicata la “tagliola”.

L’assessore regionale Fabrizio Ricca (Lega) si sofferma sugli aspetti di prevenzione introdotti dalla legge. Ma - aggiunge - “era anche nostra intenzione tutelare i posti di lavoro del comparto del gioco legale. Pensiamo che la fondamentale esigenza di tutelare la salute pubblica, infatti, non debba mai scontrarsi con l’esigenza, altrettanto importante, di tutelare il diritto al lavoro. L’istituzione che cede all’idea di non poter controllare i fenomeni in modo sano e responsabile è un’istituzione che abdica alla sua stessa missione”.

Il Movimento 5 Stelle parla invece di “giorno nero per il Piemonte”. “Lo smantellamento della buona legge regionale 9/2016 contro il gioco d’azzardo patologico - scrivono dal gruppo consiliare - rappresenta un assist alla criminalità organizzata ed una porta spalancata all’azzardopatia. La Lega, con questa legge, condanna centinaia di cittadini e le loro famiglie a ripiombare nel tunnel dell’azzardo patologico, con evidenti ripercussioni anche sul servizio sanitario regionale” .

Durissimo anche Marco Grimaldi, capogruppo di Luv: “Complimenti: perdiamo la Gigafactory ma in compenso le slot stanno per tornare in tanti bar e in tutte le tabaccherie che le avevano dismesse. Auspichiamo che gli uffici legali del Consiglio dei Ministri, la Corte costituzionale e il Tar spazzino via questa legge scellerata e incostituzionale”.

Maurizio Marello (Pd) rivendica una lotta fatta “con passione e determinazione sapendo di essere dalla parte giusta; con il sostegno di tanti cittadini, amministratori, sindaci, associazioni, uomini e donne di chiesa a cui va il nostro grazie!”. “I numeri però in democrazia contano - aggiunge -. E la maggioranza di destra guidata dal presidente Cirio, forzando il regolamento consiliare e pur rischiando di andare in frantumi, ha abrogato la legge 9/2016 sul gioco d’azzardo patologico. Lo aveva promesso in campagna elettorale e così ha fatto”. Risultato: “Da domani le nostre città e i nostri paesi torneranno a riempirsi di slot machines come un tempo. Una scelta politica sbagliata contro il “bene comune” e per l’interesse delle lobby del gioco d’azzardo”. Anche Marello, tuttavia, invoca un tempo supplementare, senza scomodare le assise giudiziarie. È l’articolo 10 dello Statuto regionale, che prevede il referendum abrogativo di leggi regionali su iniziativa di almeno 50 mila elettori, o di 3 consigli provinciali, o di 10 consigli comunali rappresentativi di un quinto degli elettori della Regione. La battaglia non termina qui.