I conflitti dell’Africa, lente di ingrandimento dei suoi enormi problemi sociali

Il volume “Guerre nere” di Mario Giro: docente universitario, fa parte della Comunità Sant'Egidio

Guerre Nere

“Guerre nere” non è un racconto noir né una suggestiva pubblicazione horror. Ma il titolo di un recente libro (edito da Guerrini ed associati) che affronta “un tema difficile, quello che riguarda l'insieme dei conflitti che attraversano una fascia enorme dell'Africa”. Argomento scrupolosamente sviluppato dall'autore Mario Giro, e presentato al pubblico nei giorni scorsi, sui canali youtube e facebook del Centro Peirone della diocesi di Torino per il dialogo cristiano islamico.
Dopo l'introduzione iniziale di Silvia Scaranari Introvigne, fondatrice del Centro medesimo, la parola è andata quindi ai diversi relatori intervenuti durante il corso dell'incontro. Don Tino Negri, cofondatore del Centro Peirone, ha “estrapolato dal libro stesso alcuni concetti” ricordando “la natura geopolitica ed economica della maggioranza dei conflitti africani, che non tendono ad aumentare, quanto piuttosto a cronicizzarsi”. Dunque a trovare, tristemente, una loro stabilità, da cui non escono facilmente per questioni diverse. L'attenzione di don Negri si è rivolta soprattutto alla “globalizzazione sfrenata, che trascina con sé la privatizzazione della guerra, il mercato della violenza, ed interessi particolaristici. Come per esempio in Congo, dove le milizie si mettono al servizio del miglior offerente e dove fare la guerra è un business”. L'urbanizzazione, i giovani che non vengono aiutati ad avere un futuro nelle loro terre, sono solo alcuni degli altri aspetti, che spingono sempre più ad una “colonizzazione deprivante gli africani delle loro radici di appartenenza”.
“Un altro aspetto dei loro problemi”, ha continuato quindi l'autore del volume, Giro (docente di Storia delle relazioni internazionali all'Università di Perugia, già viceministro degli affari esteri, nonché membro della Comunità Sant'Egidio) “è che gli stati in cui vivono sono da poco indipendenti e sono stati una delle frontiere della Guerra fredda che l'Unione Sovietica ha ancora tentato di vincere in queste terre, dieci anni prima dell'ascesa del presidente Gorbaciov”. Dove ancora “molti governi sono controllati dalla Francia” e “dove le frontiere sono state tracciate dai colonizzatori”.

Altra “grossa questione di questi paesi è la corruzione delle istituzioni. Anche se l'Africa sta comunque mutando”, ha continuato Giro, e la sua speranza risiede proprio nei giovani “che costituiscono il 70% della popolazione, che sono più istruiti dei loro genitori, che sono più globalizzati, che stanno usufruendo di internet e dunque più intraprendenti”. Infine, un altro fenomeno per lui rilevante, ancor più della diffusione stessa dell'Islam, “è quello delle sette, in particolare di matrice neoevangelicale e neopentecostale, che ben si adattano al cambiamento africano in atto, proponendo la ‘teologia della prosperità’. E infine la Cina, che investe in Africa con tutta una serie di interessi economici, rimettendola al centro dell'attenzione globale, nel bene e nel male”.
La moderatrice ha chiesto poi una parola di testimonianza sull'operare della comunità Sant'Egidio nel continente, e Giro ne ha evidenziato “la capacità di mediazione e riconciliazione, perché non ha alcun interesse particolare sul territorio, ed è proprio quello che gli africani cercano”. Mentre al contrario molte volte le organizzazioni di varia natura si spingono da loro, nascondendo poi altri motivi da quelli originari. Un altro aspetto che inoltre fa ben accogliere la Sant'Egidio in Africa “è che tutti i suoi responsabili sono africani stessi, in gran parte donne. Di questo siamo molto fieri”.

Durante l'incontro è intervenuta anche Anna Bono, ricercatrice in Storia e istituzioni dell'Africa all'Università di Torino, che ha parlato della diffusione e stabilità dei gruppi terroristici di matrice islamica, Jihad e Al Qaeda, “per motivi che con la religione hanno poco a che vedere. Credo che molti giovani abbiano scelto questi gruppi armati solo per convenienze diverse (disoccupazione, delusione verso la politica dei loro governi...) trovando nella lotta armata il modo di vivere meglio”.   A spese di quanti, come in Mozambico, sono diventati oggetti di rapimento, “donne e bambini usati rispettivamente come schiave e come scudi umani”.
Per non dimenticare i tanti paesi a regime dittatoriale, come il Ciad, dove la testimonianza di chi ci vive ed opera, come quella di padre Enrico Gonzales, religioso comboniano, non manca comunque di speranza, ancora una volta puntando sui giovani. Per ripartire con una identità religiosa ed etnica che abbia spazi di dialogo, soprattutto con l'islam, come quello che lui porta avanti nel Centro che gli è stato affidato. Nell'attesa, intanto, che l'incognita della pandemia si sblocchi “e ci permetta di continuare a portare avanti le nostre attività”.