Le immagini di Kabul

Afghanistan
(foto AFP/SIR)

Le immagini che arrivano da Kabul hanno relegato in fondo ai tg le chiacchiere di Ferragosto e le inconcludenti polemiche su vaccini e Green pass. Come sempre, la forza evocativa dei drammatici filmati che web e tv ci riversano addosso, invece di facilitare il pensiero, rischiano di suscitare reazioni emotive che finiscono inevitabilmente per disperdersi in un vacuo senso di impotenza e diventeranno fastidiose nel giro di pochi giorni. Invece, quella vicenda ci interpella, come persone e come credenti. Per dirla con le parole di una vecchia canzone di De André, “per quanto voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”. Se non fosse per lo spreco incalcolabile di vite, di tempo e di denaro che questi 20 anni di occupazione hanno causato e il cui esito è sotto i nostri occhi, questa potrebbe sembrare la conclusione bislacca di una pessima sceneggiatura, ma non possiamo tirarcene fuori a buon mercato. Ovviamente il primo atto serio da compiere è il soccorso, l’ospitalità, il tentativo di evitare con la diplomazia altro sangue, altro dolore.
Ma non basta. Abbiamo bisogno di mettere in gioco la nostra intelligenza per conoscere, per capire, per guardare avanti. Perché nella tragedia che sta succedendo in Afghanistan, nel disastro causato dalla pandemia, nei mille piccoli e grandi conflitti che soffocano la vita in mezzo mondo, nelle sciagure causate da un clima impazzito a causa nostra, ciò che succede davvero è che a pagare sono sempre i poveri, e tra loro soprattutto le donne e i bambini. Le donne di Kabul soffocate nuovamente sotto il burqa, i bambini lanciati dalle proprie madri oltre il reticolato dell’aeroporto, sono e devono rimanere uno sfregio sulle nostre coscienze, e forse farci anche riflettere su quanto siano patetiche le rimostranze di chi si sente privato della libertà perché gli si chiede di vaccinarsi, privilegio che mezzo mondo - povero e schiacciato da dittature reali e sanguinarie - ci invidia.

Maria Paola Longo