Le mille lire al mese di padre Mina e il centuplo di Gesù (1ª parte)

«Quel mondo agreste era un canto al vivere a dimensione umana»: parla così della “sua” San Lorenzo, dove apre gli occhi alla luce il 10 aprile 1911 e dove, il giorno successivo, è battezzato dal rettore don Ciocca. E anche se vi si ferma poco, perché con la famiglia fa presto “sanmartin”, in ogni caso è quel tanto che basta a incidergli in cuore quella traccia di intensa umanità che lo accompagnerà nella sua lunga vita, rendendolo sincero amico dei tanti che verranno a cercare in lui consiglio, direzione e conforto, mentre per tutti quelli che lo incontreranno sarà, fino alla fine, gioioso dispensatore di ottimismo e serenità.

La famiglia di Giuseppe Mina è modellata sull’antico stampo di quelle patriarcali di un tempo, fondate sui valori granitici dell’onestà e della laboriosità e ancorate alla religiosità semplice e soda dei nostri vecchi. Nel 1919 prende casa a Fossano, in via Bava, all’ombra del “ciochè” del vecchio Salice. A fine gennaio 1922 arriva il primo grande lutto per la morte di papà, portato via da una brutta broncopolmonite doppia. Giuseppe ha appena 10 anni e, seppur ancora bambino, si ritrova sulle fragili spalle di primogenito la famiglia che papà gli affida: un impegno che si sforzerà di onorare con la massima serietà e con scrupolo, cercando prima di tutto un lavoro che gli garantisca un’entrata fissa mensile. Frequenta come può e per quanto gli riesce i corsi di avviamento professionale e, prima in una tipografia e poi nel laboratorio di uno scultore, addestrandosi ad esprimere al meglio la propria vena artistica di intagliatore, il salario del giovanotto arriva a poco a poco a sfiorare le fatidiche mille al mese che non gli permettono certo di scialare, ma che rappresentano pur sempre un’entrata fissa di tutto rispetto. «Non ero un patito per la vita devota», confiderà nei suoi ultimi anni, «...a diciott'anni, al momento delle scelte, comincio a riflettere».

È a questo punto che il buon Dio, che spesso sembra divertirsi a scombinare le carte a giochi ormai avviati, irrompe nella sua vita con l'improvvisata di una vocazione religiosa che cerca impellente attuazione, complici sicuramente il Salice, il priore don Berardo, gli amici, il suo intenso cammino di ricerca interiore, un direttore spirituale particolarmente illuminato. E poi, sicuramente e non certo per ultima, la soda formazione ricevuta in Azione Cattolica, di cui il ragazzo è il primo lanciatissimo ed entusiasta presidente parrocchiale del settore giovanile. Buon per lui che nella fase del discernimento è affiancato per la direzione spirituale da don Michele Pellegrino, il futuro cardinale, che in quegli anni è anche assistente dei giovani di Ac e che lo aiuta a mettere a fuoco l'inaspettata chiamata e la sua possibile risposta. Inutile dire che questo cammino di ricerca, costellato dalle difficoltà, dai dubbi e dagli interrogativi che tutti abbiamo sperimentato, si arresta inevitabilmente davanti alla questione economica, molto venale, se vogliamo, ma determinante per la famiglia Mina: come avrebbe fatto a campare se fosse venuta meno l'entrata fissa delle mille lire del suo salario, nel caso Giuseppe avesse optato per l'ingresso in seminario. Un enigma che don Pellegrino risolve in men che non si dica, trovando una mano benefattrice (destinata fino a tutt'oggi a rimanere tale) che si impegna a versare mensilmente le mille lire necessarie a far quadrare il bilancio familiare. Caduto così anche l'ultimo ostacolo sulla strada di una vocazione che oggi non esiteremmo a definire "adulta" e convinta anche la mamma, donna molto pratica e concreta, la cui gioia per un figlio prete è almeno pari alla preoccupazione delle bocche rimaste in casa da sfamare, altro non rimane che l'imbarazzo di scegliere la congregazione in cui attuarla.

Giuseppe sembra indirizzato verso i Salesiani, dei quali condivide la passione per l'apostolato tra i giovani, ma teme di finire in qualche collegio con l'incarico di assistente o di insegnante o, peggio ancora, con un compito amministrativo, mentre egli sogna una pastorale attiva tra i giovani e un annuncio da prima linea, in continuità con la gavetta tra le fila dell’Azione Cattolica («è stata il mio trampolino di lancio per raggiungere la missione», gli piace sempre sottolineare) e secondo gli orientamenti della direzione spirituale di don Pellegrino, che a lui come a molti altri giovani ha dischiuso vasti e impensati orizzonti di impegno ecclesiale. Ed è così che va a bussare alla porta dei missionari della Consolata, dai quali entra il 25 settembre 1932, a ventidue anni suonati: lo attendono dieci anni di studio e formazione, per arrivare all'ordinazione sacerdotale il 28 giugno 1942, naturalmente nella "sua" chiesa del Salice, per l'imposizione delle mani di monsignor Soracco. «Ero come stordito di gioia pacata, stupenda - confiderà, ricordando quel giorno lontano -; tutto l'insieme era tale da sembrarmi un nulla le difficoltà che pure dovetti superare per raggiungere quella meta”.

(1 - continua)