“France” – “Ariaferma”

France

FRANCE
di Bruno Dumont; con Léa Seydoux, Blanche Gardin, Benjamin Biolay, Emanuele Arioli, Juliane Köhler.
France è una stella di prima grandezza del giornalismo televisivo francese. Autrice e conduttrice di un programma di attualità che la porta sui fronti di guerra di mezzo mondo, grazie alla sua professionalità e ad un’indubbia presenza scenica France è una delle punte di diamante del giornalismo d’assalto d’oltralpe. Cinica e spregiudicata quanto basta, France de Meurs (una brava Léa Seydoux), macina ascolti e spettatori e la sua notorietà travalica i confini del mondo dell’informazione sino a trasformarla in star mediatica tout court, ma poi un banale e involontario incidente automobilistico spezzerà tutti i suoi equilibri, personali e professionali. Sbattuta in prima pagina sui giornali scandalistici, France diventa oggetto di quelle attenzioni ciniche e morbose che riservava agli altri, finendo travolta dalla situazione.
Sceneggiato e diretto da Bruno Dumont (e liberamente tratto dal romanzo di Charles Péguy “Par ce demi-clair matin”), il film è come diviso in due parti, la prima vorrebbe essere una sorta di denuncia del giornalismo -spettacolo, dell’informazione cinica e arruffona che trasforma il dolore in notizia e specula sui sentimenti pur di fare audience (e l’Italia è maestra di questo tipo di tv-spazzatura). Nella seconda parte invece, il film perde letteralmente la bussola e non sa più cosa dire e che direzione prendere finendo per trasformarsi in “cinema del dolore”, esattamente come quel genere di tv che sembrava essere oggetto di denuncia fino ad un momento prima. Il film si trascina stancamente indugiando sul volto e speculando sulle lacrime della Seydoux (e mettendone a dura prova la professionalità) con primi piani dalla durata imbarazzante senza saper cosa dire e cosa fare, i co-protagonisti - il marito, il figlio, l’assistente di France - vengono introdotti ma mai sviluppati e il film avanza stancamente verso un finale che sembra non arrivare mai, inanellando sequenze (come quella dell’incidente d’auto nel sottofinale) a dir poco imbarazzanti per l’imperizia con cui sono state girate. Nel complesso la regia di Dumont sembra ricalcare i discorsi di quelle persone che amano parlare semplicemente per sentire il suono della propria voce, ma non hanno niente da dire.

Ariaferma

ARIAFERMA
di Leonardo Di Costanzo; con Toni Servillo, Silvio Orlando, Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano, Roberto De Francesco.
Un carcere è, per definizione, un luogo chiuso e ristretto dove la vita di chi vi risiede - sia esso detenuto o secondino - è, seppur in modo diverso e certo per ragioni diverse, trattenuta, amputata, privata del bene supremo, la libertà. Il (bel) film di Leonardo Di Costanzo, presentato a settembre 2021 Fuori Concorso alla 78ª edizione del Festival del Cinema di Venezia (dove peraltro uno degli interpreti, Toni Servillo, ha vinto il Premio Pasinetti per la Miglior interpretazione maschile, ndr) ci invita a riflettere proprio su di ciò, sulla detenzione come privazione della libertà ma anche, o soprattutto, sul significato, e sull’utilità o inutilità assoluta del carcere in sé. La vicenda si svolge all’interno di un penitenziario che deve essere chiuso perché obsoleto e i suoi ospiti trasferiti. All’ultimo però, a causa di un classico, e italico, problema burocratico una dozzina di detenuti e alcuni agenti vengono obbligati a risiedere ancora per alcun tempo nel vecchio edificio in attesa di nuove destinazioni. Va da sé che con il carcere in dismissione, le cucine ormai chiuse e buona parte dell’edificio non agibile, la situazione si faccia complessa e la forzata convivenza tra detenuti e guardie particolarmente delicata.
Al centro della vicenda ci sono l’ispettore Gaetano Gargiulo (Toni Servillo) e il boss Carmine Lagioia (Silvio Orlando), ma nonostante la centralità dei ruoli di ispettore e detenuto, Leonardo Di Costanzo non consente ai suoi due interpreti di cannibalizzare l’intero racconto che è, al contrario, un vero film corale (da sottolineare in particolare l’interpretazione di Fabrizio Ferracane) che tenendosi fortunatamente lontano dai classici cliché dei “prison-movie” ci conduce all’interno del carcere e delle sue dinamiche relazionali per mostrarci la crudele insensatezza di un luogo “extra ordinem” che incarognisce gli individui senza offrire alcun tipo di opportunità di recupero e riscatto. Da vedere.