Don Mario, un prete tra i rovi sulle rive di Stura (1ª parte)

Don Mario Picco

Saremo mai capaci a parlare di lui? E meglio di noi non lo potrebbe sicuramente fare qualcun altro, che lo aveva scelto come compagno di viaggio? «Boia flip», diciamo insieme a lui, azzardandoci comunque ad accettare la sfida, ben sapendo che deluderemo qualcuno, forti però della convinzione che di un così grande Amico di Dio, come anche noi lo stimiamo, deve restar traccia in questa rubrica, che dopo tre anni si sta avviando a conclusione. E allora scivoliamo in quel di San Biagio (bella terra di “santi”, la nostra Centallo!), per rintracciare le origini di don Mario Picco, che qui vede la luce il 3 gennaio 1948, penultimo dei cinque figli di mamma Rina e papà Giovanni; qui viene battezzato il successivo giorno dell'Epifania, ricevendo poi la Prima Comunione il 1° maggio 1955 e la Cresima nel giorno dell'Immacolata, del medesimo anno. A otto anni, con la morte di papà, che ne conta appena 46, il primo grave lutto della sua vita, che apre le porte a tanto dolore e a mille disagi, arginati soltanto dalla fede e dall'intraprendenza di mamma Rina. Figure di rilievo per il piccolo Mario diventano suor Antonietta, la maestra dell'asilo, e il priore don Roccia, che gli insegna a fare il chierichetto, e da subito brilla per la sua fedeltà al servizio nella messa del mattino, prima di andare a scuola. Tutto diventa importante per aiutarlo, alla fine delle elementari, a scegliere il seminario di Fossano, dove proseguire i suoi studi e far maturare un'incipiente vocazione sacerdotale. Con la maturità liceale in tasca inizia così lo studio della teologia, prima ad Alba e poi a Cuneo, giungendo il 2 luglio 1972 all'ordinazione nella chiesa di San Lorenzo di Caraglio, dove la sua famiglia da un decennio si è intanto trasferita.

Le doti e le potenzialità del neo-sacerdote ventiquattrenne non sono sfuggite a nessuno, visto che gli chiedono di proseguire gli studi alla Pontificia Università Gregoriana in Roma, per conseguire la licenza in Teologia dogmatica, tappa che raggiunge il 16 giugno 1975, ma la sua sete di sapere lo porterà in seguito alla Cattolica di Milano per il corso di laurea in Filosofia. Dopo la parentesi romana, don Mario è per un anno a Villafalletto, poi si trasferisce a Cussanio, lavorando nel santuario come vice-Rettore e come insegnante di Religione all'Agraria. Intanto viene nominato assistente diocesano dell'Azione cattolica, mentre il vescovo lo vuole come proprio delegato per la Pastorale. Dal 1° giugno 1981 diventa rettore del nostro seminario, e dal 1984 al 1987 gli affidano l'insegnamento della Religione allo Scientifico di Fossano.

Come si può vedere, il campo giovanile si va delineando sempre più come il suo specifico ambito pastorale, dove in primo luogo don Mario svolge il "ministero dell'ascolto", che Marcella Sanino, a suo tempo, ha condensato in queste mirabili pennellate: «Sapeva ascoltare, cercava di capire, interpretare e, soprattutto, sapeva accogliere ciò che di più profondo c'è dentro il cuore di ognuno. Anche se ciò che avevi da dire ti costava tempo, fatica, "sangue", come diceva lui, non ti forzava, sapeva aspettare, e perciò ti faceva sentire libero di parlare, di tirare fuori tutto». È una dimensione, quella dell'ascolto, che i giovani colgono in lui al volo, la più preziosa per il loro disperato bisogno di qualcuno cui aprire il cuore e che trovi la pazienza di perdersi nell'ascolto dei loro tanti mali di vivere. Ed è anche un ministero che richiede tempo e fatica, come egli stesso confida in uno "sfogo" brontolone, che fa un po' parte del suo stile, ma che rivela anche tutta la fatica e la pazienza che l'ascolto esige: «Io sono tutto il giorno stiracchiato; uno mi vuole, l'altro mi chiama... Mi sento posseduto, a volte violentato. Per cosa credi che a volte voglia andare a farmi monaco?». Quella della vocazione monastica è una "tentazione" ricorrente nella sua vita, che dice, da un lato, quanto grande sia la sua sete di cercare Dio e di sostare in silenzioso ascolto dell'Assoluto, e dall'altro il suo desiderio di aprire una strada perché i fratelli possano realizzare un analogo incontro. Celebre è rimasto il suo sogno, che specie negli ultimi tempi ricorre spesso nelle sue provocatorie riflessioni: «Sulla riva di Stura c'è un mullino diroccato; io ho chiesto una volta al vescovo di lasciarmi andare a fare il confessore laggiù. E desidererei essere l'unico prete di Fossano, andare al mulino, al mattino non ricevere nessuno e vivere in solitudine, al pomeriggio accogliere gente; però attorno al mulino vorrei 25 giornate di spine perché la gente, per venire, debba graffiarsi, perché finalmente, in questi nostri paesi sazi, pieni di vuoto, si capisca che la grazia di Dio è qualcosa che si conquista a caro prezzo, non a buon mercato».

(1 – continua)