Carburanti, in Italia la pressione fiscale più alta d’Europa

Sul prezzo della benzina e del gasolio incidono molto le accise che vanno allo Stato: una storia iniziata con la guerra di Etiopia

A fronte di quanto spendiamo per “dissetare” le nostre auto, il serbatoio sembra sempre vuoto; ma neppure il benzinaio si fa ricco, anzi... Dove vanno, allora, i soldi che sborsiamo per benzina e gasolio? Quanto pesano le famose accise, o meglio l’accisa? Ed è vero che con queste si continua a finanziare la guerra d’Etiopia combattuta negli anni Trenta?
Se “la Fedeltà” ha già cercato di spiegare perché i prezzi dei carburanti sono aumentati (e continuano ad aumentare) vertiginosamente, ora il nostro giornale affronta domande di questo tipo, indagando le “voci” che costituiscono quegli stessi prezzi, o almeno il prezzo di benzina e gasolio (più diffusi di gpl e metano).

Se togliamo le tasse...
In questo caso - mettiamolo da subito in chiaro - la “vox populi” è davvero “vox dei”: è vero cioè quanto si afferma comunemente, che in Italia l’«incidenza della fiscalità» sul prezzo finale dei carburanti è incredibilmente alta. Diciamolo in un altro modo: dei soldi che sborsiamo per mettere benzina e gasolio nel serbatoio dell’auto, le tasse costituiscono una percentuale molto elevata.
I dati che l’Unem (Unione energia per la mobilità) ha fornito all’inizio di novembre non lasciano alcun dubbio. Nell’Unione europea l’Italia è il Paese in cui l’incidenza fiscale - data dall’accisa, altre tasse e l’Iva - è più elevata, attestandosi al 59,8% per la benzina e al 56,4% per il gasolio: la media dell’Ue, calcolata secondo le percentuali raccolte nei vari Paesi, è rispettivamente del 55,6 e 50,3%.
Come se ciò non bastasse per far arrabbiare i consumatori, ecco due altri dati molto ghiotti. Il prezzo dei carburanti al netto delle tasse - cioè quello che si paga a quanti estraggono, lavorano e infine distribuiscono benzina e gasolio - non è particolarmente elevato in Italia, sempre a confronto con altri Paesi dell’Unione europea. E qualcosa di simile si può osservare per quanto riguarda l’Iva: in altri Stati, questa imposta viene applicata su benzina e gasolio con una percentuale più alta che in Italia.
Nel Belpaese, dunque, sono davvero le accise a far sì che a un serbatoio pieno corrisponda un portafogli vuoto. Le accise, o meglio l’accisa come dicevamo.

L’Etiopia c’entra?
Su questo tema nello specifico, la “vox populi” che citavamo dev’essere parzialmente corretta: se è vero infatti che le accise condizionano pesantemente il prezzo dei carburanti, non è vero che fra di esse ve ne siano alcune riferite in modo esplicito ad eventi del lontano passato come la guerra d’espansione coloniale che il Regime fascista intraprese in Africa. O, meglio, sul piano formale oggi è prevista un’unica accisa (ecco perché è meglio parlarne al singolare) e il gettito che ne deriva non finanzia specifiche attività come appunto la guerra d’Etiopia, ma il bilancio statale nel suo complesso. La beffa, se così vogliamo dire, sta nel fatto che alcuni degli aumenti introdotti di volta in volta per eventi straordinari sono diventati strutturali e hanno continuato a condizionare il prezzo dei carburanti nel tempo. L’azienda “Aquila Energie”, storico brand del settore, cita numerose voci, dalle 14 lire al litro per la crisi di Suez agli 0,02 euro per il terremoto che colpì l’Emilia nel 2002.

“Green tax”
Se è vero, dunque, che lo Stato si è servito dell’accisa sui carburanti per far fronte a problemi di bilancio dovuti ad accadimenti eccezionali, per contro bisogna precisare che negli ultimi decenni questa imposta è pensata soprattutto come una “green tax”, ovvero come uno strumento che si impiega per compensare i danni all’ambiente causati dalla combustione degli stessi carburanti.
E del bilancio del benzinaio che cosa si può dire? “Il margine lordo - spiegano ancora da Aquila Energie - è la differenza tra prezzo di vendita al netto delle tasse e il costo della materia prima e serve a remunerare tutti i restanti passaggi della filiera e degli altri oneri: solo su questa voce, pari al 10% del totale, l’operatore può modificare il prezzo alla pompa”. Insomma se il consumatore piange, il benzinaio non ride.