Un posto alla “sua” destra per il “medic dij pòver” (1ª parte)

Costanzi Francesco

«Mille anni fa, a Fossano, un medico visitava i vecchi solitari nelle umide povere case del nucleo antico: accendeva il fuoco nella stufa a legna e lasciava mille lire sul comodino»: questo il ricordo di Beppe Manfredi, scritto quasi 50 anni fa per “La Nuova Frontiera”. Anche nostro padre non parlava mai di lui senza che gli si inumidissero gli occhi: «As fasìa nen paghè» era la sua conclusione inevitabile, perché la sua famiglia godeva di un trattamento “di favore” da parte del “medic dij pòver”, che una volta aveva anche assunto per un po' di tempo una delle sorelle di papà a far da balia al piccolino di casa Costanzi, Sergio, per dar modo a nonna di contare su un'entrata fissa mensile, non fosse altro, magari, che per garantire in tavola la razione quotidiana di pane. Inutile dirlo: la famiglia di papà non era affatto l'unica ad aver toccato con mano la generosità di quel medico strano, che non solo non si faceva pagare l'onorario, ma il più delle volte usciva dai tuguri e dalle soffitte fossanesi con il portafogli più leggero, per aver fatto scivolare con gesto furtivo, insieme alla ricetta, anche i soldi per comprare le medicine prescritte; per questo ci fu chi disse che ogni fossanese avesse un qualche debito verso di lui.

E pensare che fossanese non è, perché vede la luce a Montefano, in quel di Macerata, il 9 febbraio 1901e si può a buon diritto pensare che per 33 anni almeno la nostra città sia per lui nient'altro che un indistinto punto, neanche troppo vistoso, sulla cartina geografica: giungendovi nel 1934, dicono si auguri di non fermarvisi troppo e di ottenere presto un avvicinamento a casa; neppure immagina che Fossano e i fossanesi gli avrebbero rapito il cuore. Francesco Costanzi-Porrini è “figlio d’arte”, nel senso che papà Romualdo è già medico condotto di Montefano e anch’egli si iscrive a medicina all’Università di Perugia, laureandosi brillantemente a soli 23 anni. Dopo un inizio di carriera all’ospedale di Perugia, vince per concorso il primariato di quello fossanese e qui giunge il 1° novembre 1934: è amore a prima vista. Non solo quello per Anna Della Torre, che sposa in breve tempo facendogli qui mettere radici, ma anche quello verso la città intera, che impara ben presto a conoscere ed apprezzare il medico “forestiero”, abile, disponibile, gentile e scherzoso. Soprattutto generoso. Dicono che si consumi davvero e totalmente per i malati: quelli ricoverati (la sua abitazione è all'ultimo piano dell'ospedale, proprio per sollecitamente intervenire in caso di bisogno) e quelli a casa, da cui accorre a qualsiasi ora, anche nel cuor della notte, senza un lamento, senza far pesare il disturbo.

Certamente non si arricchisce sulla pelle dei suoi malati: «Lei, dottore, mi ha salvato ben due volte; allora la vita, adesso il portafoglio», avrebbe detto papà Manfredi, secondo il ricordo del figlio Beppe, quando si presentò nello studio medico per saldare il conto della visita notturna e delle cure di cui aveva avuto bisogno in un momento davvero critico per la sua salute. «Fu davvero cosa da nulla», commentava Manfredi, riferendosi all'onorario del dottor Costanzi, che evidentemente non specula sulla salute di nessuno. “A gena propi nen”, dicono i suoi pazienti, anche i più poveri e laceri, senza sapere di fargli così un gran complimento perché solo i veri signori sanno mettere a loro agio chi sta loro di fronte, indipendentemente dall’ambiente in cui si trovano. E, evidentemente, la signorilità è proprio una delle doti di questo medico che sa stare, con identica disinvoltura, nelle case degli abbienti come nelle stamberghe dei poveri, senza distinzione alcuna.

(1 - continua)