Don Bonavia, da Genola alla trincea, per aiutare a ben morire gli eroi dell’Alto Isonzo (1ª parte)

Bonavia Don Francesco

Dovrebbe perpetuare il ricordo di quanti “nell’immane guerra [1915-18], portati per patrio dovere dal Santuario al Campo, immolando la vita, della terrena milizia il premio mutarono col celeste”. Oggi, in realtà, si fatica a trovarla e soltanto il fiuto curioso di chi ha “buna mutria” riesce a rintracciarla in un angolo del cortile della Curia, perché esattamente 100 anni fa, quando il 16 novembre, il vescovo Travaini benedice solennemente questa lapidea memoria, pregevole opera dei marmisti fossanesi fratelli Novarese, trova ben più visibile collocazione nell’atrio di quello che all’epoca è l’antico seminario. Dei tre nomi in essa scolpiti e riportati in rigoroso ordine cronologico di morte, al primo posto figura don Francesco Bonavia, di cui ci occupiamo questa settimana e che, lo diciamo subito, appartiene ad una famiglia oriunda di Genola, dove questo cognome è ancora oggi ben attestato e che, solo negli ultimi due secoli, è presente quasi dieci volte nell'elenco del clero fossanese. Perché, se è vero che Genola era terra di muratori, per antonomasia era anche terra di preti: genolese, dunque, consideriamolo a tutti gli effetti, anche se papà Giò Battista, che di mestiere fa il falegname, dopo il matrimonio con Maria Mirino si è trasferito a Cervere, dove il figlio Francesco nasce a marzo 1882.

Studia a Mondovì (prima nel piccolo seminario del Santuario di Vico, poi nel seminario "grande" di Mondovì Piazza); ordinato sacerdote nel 1908, viene destinato come viceparroco proprio a Genola, sua parrocchia di origine, e il nostro collega cronista d'inizio secolo si premura di annotare che fin da subito smentisce il detto evangelico secondo cui nessuno è profeta in patria, forse proprio per la giovialità del carattere, la generosità del suo spendersi per gli altri, la popolarità e la confidenza che si conquista nei genolesi. Lo attesta a più riprese il prevosto don Adamo, che forse pronostica nello spumeggiante viceparroco il suo degno successore e che invece, con rimpianto, se lo vede partire per il fronte come cappellano militare, poco dopo l'entrata in guerra dell'Italia. Probabilmente, don Francesco trasferisce al fronte le stesse doti che ha investito a Genola, perché quanti tornano in licenza parlano di lui come dell' "idolo dei soldati" e del "modello perfetto del cappellano militare". Anche qui, infatti, è un prete da prima linea, perennemente in trincea e nei punti più "caldi", per sostenere il coraggio dei combattenti e concedere ai morenti il lasciapassare per il paradiso. Non aspetta che lo si chiami per un'estrema unzione o un'assoluzione, i "clienti" se li va a cercare nel bel mezzo della battaglia e a volte bisogna richiamarlo perché non si esponga troppo al pericolo. Sembrano però, queste, semplici parole al vento perché, e lo dice chiaramente, gli sembrerebbe di aver mancato ai suoi doveri sacerdotali se qualcuno dei suoi finisse sottoterra senza gli ultimi sacramenti o aver tentato almeno di offrirglieli.

A testimonianza di ciò resta una lettera scritta il 31 agosto 1916 dal Tenente Colonnello, che nel momento di lasciare il comando del Battaglione Borgo San Dalmazzo si sente in dovere di segnalare al Vescovo castrense "il prezioso servizio reso dall'ottimo sacerdote che trovasi dal principio della guerra alla fronte, sempre in primissima linea... pronto a confortare chi di conforto lo avesse richiesto, ad animare chi di sprone avesse avuto bisogno"; il graduato si lamenta soltanto di non essere riuscito "di fare una concreta proposta di riconoscenza per il cappellano, perché mancò il fatto specifico che dai superiori si vuole per accordare una onorificenza". Come a dire: un uomo straordinario nell'ordinario, il che è tutto dire per un cristiano, ancora maggiormente per un prete. In una lettera da don Francesco indirizzata al suo prevosto e arrivata a Genola a inizio settembre, c'è appena un cenno, non trascurabile, a questo suo "eroismo feriale": "Ho chiesto per motivi di salute ed altre ragioni speciali, dopo 16 mesi di permanenza al fronte, di essere traslocato in qualche ospedale di riserva, ma in questi giorni che si presentano laboriosi, preferisco restare al mio posto. Mi suonerebbe rimprovero il disertarlo nell'ora del pericolo, quando più meritoria e proficua tornerebbe l'opera mia". In queste poche righe la sintesi della vita di questo cappellano militare: "preferisco restare al mio posto", malgrado la stanchezza, i 16 mesi ininterrotti al fronte senza una licenza, il diritto alla turnazione, il pericolo sempre in agguato. Semplicemente perché i suoi "ragazzi" hanno bisogno di lui.

(1-continua)