Il messaggio ecumenico di Taizé, esempio di riconciliazione per il mondo

La fraternità francese parte da ciò che unisce i Cristiani: la Parola di Dio, il battesimo, l’eucarestia

I frère di Taizé Frere a Torino, dicembre 2021
frère John è il primo a sinistra

Nel pieno della Seconda guerra mondiale, un giovane svizzero di fede riformata (protestante), Roger Schutz, lasciava il paese natio per recarsi in quello delle sue origini materne, la Francia, spinto dal desiderio di creare una comunità. Si stabilì nel piccolo villaggio di Taizé in Borgogna, accogliendo quelli che erano i poveri di allora; gli sfollati e rifugiati che fuggivano dal conflitto. Intorno a lui si radunarono poco per volta altri uomini, che nel 1949 si impegnarono al celibato e alla vita semplice in comune, segnata da una regola scritta poi nel 1952-53.
Oggi Taizé è un luogo monastico di richiamo internazionale, una comunità con più o meno cento “fratelli” (frère) consacrati, di almeno 25 paesi e diverse confessioni cristiane (cattolici, anglicani, luterani e riformati). che ha accolto negli anni migliaia e migliaia di persone, soprattutto giovani, ma anche personalità come Papa Giovanni Paolo II, quattro Arcivescovi di Canterbury, dei Metropoliti ortodossi, i quattordici Vescovi luterani di Svezia e numerosi pastori del mondo intero. Perché Taizé è anche un luogo interconfessionale, che offre possibilità di volontariato ed esperienze di spiritualità cristiana ai fedeli di ogni denominazione che ne sono in ricerca.
Una ricerca che spinse anche frère John, americano di Philadelphia, a conoscere questa realtà di cui fa parte da 47 anni. Si occupa di accompagnare i giovani nella loro ricerca di fede e di organizzare i “pellegrinaggi di fiducia sulla terra” (gli incontri che i frère, a cadenza annuale, tengono a Capodanno nelle città in cui vengono invitati dalle rispettive diocesi), oltre a svolgere un'intensa attività di scrittore su temi biblici.
Lo abbiamo incontrato a Torino mentre organizzava, insieme ad altri confratelli, quello che doveva essere l'incontro di fine 2021 (e che è stato posticipato a luglio prossimo, causa pandemia). Ci ha raccontato di sé, della sua vita e vocazione comunitaria, che si coniuga con gli obiettivi della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani che si sta celebrando in questi giorni.

Cos'è che attira una persona ad una vocazione e ad uno stile di vita come quello proposto da Taizè, non solo monastico ma anche ecumenico?
Quando ero giovane ero interessato all'idea di comunità come maniera di vivere la fede: sono di origine cattolica ma non sentivo la vocazione a diventare sacerdote. Avendo avuto occasione di viaggiare in Europa e sentito parlare di Taizé, mi son detto che sarebbe stato interessante visitare questa nuova realtà. Di cui mi hanno colpito la semplicità, la bellezza della preghiera, l'ambiente. Ci sono rimasto una settimana per poi ritornare più a lungo e conoscerla meglio. Ancor oggi ospitiamo un gruppo di volontari, ragazzi e ragazze, ed anch'io a quel tempo ho fatto parte di questo gruppo. Sono poi andato nuovamente in America ma già con una domanda dentro di me: e se Dio mi volesse proprio lì? L'anno dopo, ancora a Taizé, ho capito che forse era il momento di decidere. Dopo un periodo di silenzio sul posto, pregando, ho deciso di seguire questo cammino. Poi, entrando in comunità, si fa una preparazione e dopo qualche anno c’è l’impegno perpetuo.

In comunità ci sono soltanto monaci consacrati, o anche sacerdoti, oppure (per quanto riguarda le altre denominazioni) fratelli che hanno fatto il percorso per diventare pastori delle loro chiese?
Adesso abbiamo due sacerdoti cattolici, uno in Brasile e uno a Taizé, e qualche frère della prima generazione che era stato ordinato pastore. Oggi però la scelta ricade piuttosto sulla vita comunitaria e consacrata, e non di svolgere un ministero.

Taizé non ha mai voluto diventare un movimento, però alcuni frère sono oggi impegnati per il mondo...
Sì, abbiamo dei frère che sono andati a vivere la fraternità in altri posti, come in Bangladesh, Corea del Sud, Senegal, Brasile e Cuba. Ma questi fratelli non sono stabili, vanno e tornano.

Che tipo di formazione ricevete per entrare in comunità?
Innanzitutto, quella di vivere e di entrare nella vita di comunità, lavorando, pregando. I volontari non vivono direttamente con noi fratelli, ma stanno lì, pregano con noi, vivono un po' con il nostro stesso stile. Poi, una volta preso l'abito, si vive nella casa, ci sono incontri speciali per i giovani fratelli, ognuno dei quali è seguito da un frère più anziano. Poi c'è anche un po' di studio, su cui però non mettiamo l'accento come avviene nei seminari, e che normalmente viene svolto in contatto con la Facoltà Teologica di Lione.

Com'è possibile però vivere in una comunità come la vostra, se non si approfondiscono adeguatamente le diversità gli uni degli altri? Molti si chiedono se l'ecumenismo sia più da vivere con risvolti pratici quotidiani, o se sia più importante da perseguire con una appropriata formazione accademica teologica, oppure relegandolo solo ad alcuni momenti particolari dell'anno, come la Settimana di preghiera dell'unità. Come traducete, a Taizè, questa vostra esperienza ecumenica nella vita di ogni giorno?
Per l'ecumenismo in quanto tale, come ricerca dell'unità tra cristiani, occorre anche un lavoro teologico (che c'è stato tanto negli ultimi decenni). Ma questo da solo - il nostro priore Frère Alois lo ha scritto recentemente - pur essendo importante, non porta all'unità. È una base. Il nostro modo di vivere le relazioni cristiane non avviene attraverso gli studi, anche se un minimo sono necessari. È piuttosto la vita comune, è questo andare insieme verso la Parola di Dio, con un ecumenismo spirituale che non comporta solo un atteggiamento interiore. Noi vogliamo lavorare insieme, però non mettendo prima la discussione teologica, ma la preghiera e il vivere comune, impegnandosi per cose importanti della vita cristiana.

E questo stile può essere trasferito al di fuori della comunità?
Sì, anche se in Italia la Chiesa cattolica è praticamente la più grande, e perciò in alcuni posti forse è difficile vedere concretamente come lavorare con altri credenti. Però noi non parliamo tanto di ecumenismo; il nostro fondatore stesso, frère Roger, invitava piuttosto alla riconciliazione tra cristiani. Se si parte da lì, anche all'interno di una parrocchia o di una diocesi ce n’è bisogno. E bisogna impegnarsi perché avvenga laddove ci sono persone di una stessa chiesa che magari non si intendono.

Sembra difficile oggi trasmettere questo messaggio ai giovani. Quando frère Roger iniziò il suo cammino erano sì i tempi difficili del dopoguerra, però c'era anche tanta gente fortemente attaccata alla propria chiesa, ai suoi ideali. Adesso invece non sembra ci sia un grande coinvolgimento, ma molto relativismo. Cosa fate voi quando vi rivolgete ai giovani, che rimane sempre un vostro grande impegno? Rimarcate loro anche l'appartenenza ecclesiale? È importante farlo?
Quello che i giovani trovano da noi oggi non è prima di tutto l'ecumenismo. Tra loro c'è chi è impegnato nella Chiesa e poi ci sono quelli che sono in ricerca. Ciò che spesso li attira è questo stile di preghiera meditativa, come pure il silenzio (si potrebbe pensare che questo per loro non conti, ma fermarsi anche solo per pensare ai loro problemi è già qualcosa di particolare). Oppure amano venire a Taizé d'estate da 50 paesi diversi; incominciano a conoscersi tra loro, fanno delle buone discussioni e vedono che hanno molte cose in comune. Anche se la loro prima domanda non è sicuramente quella di sapere se uno sia cattolico o di un’altra chiesa; perché ai giovani di oggi (questo magari è l'aspetto positivo) le divisioni non importano. Incontri come questo nostro di Torino sono nati dal fatto che i giovani vengono a visitarci; questo vuol dire che sono alla ricerca di qualcosa. E a loro proponiamo anche dei laboratori sociali, culturali, spirituali, teologici. Però, per fare un esempio, se volessimo presentare una riflessione sull'eucarestia, non partiremmo da come la considerano i vari cristiani, ma dalla Bibbia, dal Vangelo, cercando di capire che cos'è e perché è importante. E da lì arriveremmo magari a capirne pure le differenze.

In Italia c'è sempre molta “diplomazia” nel preparare incontri di preghiera interconfessionali, con proposte che siano sempre comuni e accettate da tutti i partecipanti di diversa provenienza ecclesiale. Di Taizé, invece, molti si stupiscono (o criticano) il fatto che proponiate anche momenti tipicamente “cattolici” (come l'adorazione eucaristica, o adesso, a Torino, l'esposizione della Sindone) a chiunque, anche se non sono condivisibili da tutti i cristiani.
Frère Roger, il nostro fondatore, disse: “Noi dobbiamo essere fratelli che ogni giorno ci riconciliamo”; se non viviamo questa unità tra di noi è inutile dire che la Chiesa dev'essere unita. Noi non teniamo conto della nostra provenienza ecclesiale (che qualche volta, per assurdo, quasi non conosciamo neppure) ma ci consideriamo come fratelli in Cristo. In comunità, comunque, non proponiamo momenti come l'adorazione eucaristica. C'è il Santissimo per chi vuole pregare da sé, ma non potremmo farlo in comune. Per quanto riguarda la messa, l'idea di Frère Roger era che l'ecumenismo non è un denominatore comune, ma piuttosto scoprire i doni di ogni tradizione, arricchendo così la mia Chiesa e la mia fede. Per esempio, tra i protestanti la Parola di Dio ha un ruolo molto importante nella comunità; negli anni '60, quando si potevano accogliere i primi fratelli cattolici, Frère Roger chiese che cosa si dovesse accettare della loro fede, su quali doni della loro Chiesa si poteva riflettere. L'unanimità si è espressa intorno alla presenza eucaristica e al ministero di un pastore universale (il vescovo di Roma). Due aspetti che la comunità ha approfondito e su cui c'è una grande unità. Perciò tutti i frère accettano la messa cattolica e, autorizzati dal vescovo, tutti possono ricevere l'eucarestia, con molto rispetto per il cammino di ognuno (nessuno è obbligato a prenderla, ma c'è comunque la possibilità di riceverla).

In questi ultimi anni sono venute meno tante figure di dialogo che ad oggi non sembrano essere state “rimpiazzate”; luoghi come Taizé possono dare vita a nuove personalità capaci di promuovere unità?
Personalmente penso che oggi le Chiese stiano attraversando un periodo molto critico; per questo il Papa ha voluto intraprendere l'attuale processo sinodale. La Chiesa cattolica, come altre chiese, sta vivendo un cambiamento; i giovani non ci vengono volentieri. Anche quelli che sono in ricerca spirituale non tornano nelle loro realtà ecclesiali locali. Il Vangelo rimane sempre lo stesso, ma bisogna riscoprire il suo significato per questo tempo. E dobbiamo anche credere, e lo spero, che quando c'è questo tipo di crisi, Dio suscita ancora dei nuovi testimoni.

Non è paradossale, però, che la figura più ecumenica oggi sia proprio il Papa?
Questo tipo di percorso è incominciato, per noi, con la figura di Giovanni XXIII; gli anni '50 erano un po' tristi da un punto di vista interconfessionale. Poi quando fu eletto Papa ci fu chi ci disse di incontrarlo. E subito ci fu un'intesa. Quando convocò il Concilio Vaticano II non tutti capirono cosa succedesse; un po' come accade ancora oggi, anche se su un altro piano.

Papa Francesco ha la visione dell'ecumenismo del poliedro (ogni denominazione mantiene la sua caratteristica senza perseguire l'uniformità); è in sintonia con la vostra?
Frère Alois, nostro priore, ha un'altra immagine: tutti i cristiani devono pensare che sono sotto uno stesso tetto, ponendo l'accento più sull'identità battesimale, che sull'identità confessionale. Non dimentichiamo di essere tutti battezzati in Cristo; se siamo sotto lo stesso tetto possiamo avere delle differenze su cui discutere (e risolvere, se possiamo), ma non sono i gruppi a fare l’unità, che invece viene da Cristo. Se consideriamo che in lui siamo battezzati, è a partire da questo che dobbiamo lavorare.