“La promessa – Il prezzo del potere” – “C’era una volta il crimine”

La Promessa Il Prezzo Del Potere

LA PROMESSA - IL PREZZO DEL POTERE
di Thomas Kruithof; con Isabelle Huppert, Reda Kateb, Naidra Ayadi, Jean-Paul Bordes, Hervé Pierre. 

Non è facile raccontare la politica al cinema, i film che in qualche modo riescono a farlo con efficacia, senza ricorrere a facili populismi o ipocrisie e luoghi comuni si contano sulle dita di una mano - “Viva la libertà di Andò, “Il portaborse” di Luchetti, “Le mani sulla città” di Rosi - “La promessa”, ma meglio sarebbe stato conservare il titolo originale “Les promesses” / “Le promesse”, è uno di questi.  
Sindaca indomita e tenace di una popolosa città dell’hinterland parigino, Clémence è al termine del suo secondo mandato. La politica, soprattutto se praticata così, è un mestiere usurante che si avvicina alla missione. Sempre presente in ufficio, sempre a contatto con la gente, che per lei è la “sua” gente, Clémence (una strepitosa Isabelle Huppert) si spende senza risparmio, affiancata dal suo capo di gabinetto Yazid (un Reda Kateb anche lui davvero in parte). Prima di lasciare la guida della città però, Clémence vorrebbe portare a termine un progetto a cui lavora tra mille ostacoli da anni, la ristrutturazione del complesso residenziale de Les Bernardines, un enorme casermone dove vivono centinaia e centinaia di famiglie in condizioni a dir poco precarie, in un mix sovraffollamento, sfruttamento economico e pericolo.  Ma a complicare il cammino di Clémence e del progetto ecco che fa capolino una proposta inattesa, ai piani alti della politica vorrebbero la sindaca sulla poltrona di un ministero, e Clémence vacilla …
Film coraggioso che evita con cura di incensare questa o quella parte - il politico di professione piuttosto che il cittadino che vive ai margini - mostrando al contrario luci e ombre di ciò che significa amministrare, “La promessa” affronta il tema della quotidianità della politica con il registro di un film di indagine costruendo attorno ai due splendidi personaggi di Clémence e Yazid un racconto avvincente ricco di colpi di scena. Da non perdere.  

C'era una volta il crimine
C’ERA UNA VOLTA IL CRIMINE
di Massimiliano Bruno; con Marco Giallini, Gianmarco Tognazzi, Giampaolo Morelli, Carolina Crescentini. 

Dopo “Non ci resta che il crimine” (2019) e “Ritorno al crimine” (2021), “C’era una volta il crimine” è il terzo capitolo di quella che si avvia ad essere una vera e propria saga che vede i protagonisti viaggiare nel tempo. Scritto e diretto come i precedenti da Massimiliano Bruno con “C’era una volta il crimine” questa volta il regista (tele)trasporta i suoi personaggi nel 1943, obiettivo il furto di una preziosissima opera d’arte, niente di meno che la Gioconda di Leonardo Da Vinci. Una volta proiettati nel passato e compiuto il furto, che si rivela la parte più semplice della vicenda, i tre Marco Giallini/Moreno, Gianmarco Tognazzi/Giuseppe e Giampaolo Morelli/Claudio per sfuggire alla caccia dei nazisti si rifugiano a casa di Adele/ Carolina Crescentini, che molti anni più tardi diventerà la nonna di Moreno. I tre, sciocchi e maldestri, hanno però condotto sulle loro tracce le SS che giunte al casale dove si sono rifugiati portano via Monica, la figlia di Adele, che anni dopo diventerà la madre di Moreno. Non potendo rivelare ciò che sanno e da dove arrivano, Moreno, Giuseppe e Claudio dovranno rinunciare a tornare nel presente con il dipinto rubato per aiutare Adele nella ricerca della figlia Monica, in un rocambolesco inseguimento sulle tracce della bambina (e futura madre di Moreno) che li porterà ad incontrare una banda di partigiani guidata da Sandro Pertini, il re Vittorio Emanuele III e il duce a Campo Imperatore, fino alla battaglia finale con un battaglione di nazisti. 
Commedia fracassona e ridanciana che strizza l’occhio a “Ritorno al futuro” di Zemeckis e alla commedia italiana Anni ’60, “C’era una volta il crimine” promette più di quanto mantenga, molte delle soluzioni visive adottate sanno di abborracciato, così come il giocare tra ieri e oggi dei personaggi storici - Pertini, il duce - genera più confusione che risate, e gli stessi interpreti, Giallini e Tognazzi su tutti, recitano senza convinzione. Se fossimo a scuola, diremmo che la sufficienza è lontana.