L’Ucraina vista da don Alessio “Lasciate stare il mio popolo in pace; vuole essere libero, non schiavo”

Parla don Oles Budziak (don Alessio in italiano), 36 anni, sacerdote da 12 anni della Chiesa greco cattolica di rito bizantino di Roma, che proviene da Ivano Frankisvk, a 150 km da Leopoli, dove abitano parenti, i genitori e tre fratelli

Ucraina Don Alessio Intervista

Don Oles Budziak (don Alessio in italiano), 36 anni, è sacerdote da 12 anni della Chiesa greco cattolica di rito bizantino (che mantiene la comunione con quella di Roma), e proviene da Ivano Frankisvk, nella parte occidentale dell’Ucraina (a 150 km da Leopoli), dove abitano parenti, i genitori e tre fratelli. Negli ultimi tre anni ha lavorato come direttore in un seminario del suo paese (“la nostra Chiesa bizantina greco cattolica ne ha sei molto numerosi e nel mio c’erano 200 seminaristi”). Poi la scelta, accordata, di andare a studiare antropologia teologica al Teresianum di Roma, dai carmelitani. Infine la conoscenza del vescovo e della diocesi di Mondovì, dove è rimasto, con un permesso del Vaticano, per prestare duplice servizio: sia per la gente ucraina, con la celebrazione della “Divina liturgia” (come da rito bizantino), nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Ferrone di Mondovì, sia le messe ed altre attività pastorali per gli italiani nella val Tanaro, da cui si sta facendo apprezzare grazie al suo carattere gioioso, schietto e coinvolgente.

Era una guerra annunciata?
La guerra è già iniziata nel 2014 e adesso il nostro esercito è molto forte perché in questi ultimi otto anni ci abbiamo investito molto. Se da un lato il conflitto porta cose brutte, dall’altro lato suscita anche cose belle come il coraggio e l’eroismo di cui dice Gesù: “Non c’è amore più grande di quando offri la vita per il tuo prossimo”. Purtroppo in Ucraina c’era anche tanta corruzione; non siamo santi. Infatti nel 2014, quando è iniziata la guerra, avevamo un presidente filorusso, Viktor Janukovyc, che voleva mandare tutto il  governo sotto la Russia. Ma il popolo, che sa un po’ pensare, ha fatto la rivoluzione della dignità e ha avuto i suoi primi cento martiri: giovani che hanno perso la vita sulla piazza a Kiev, perché la libertà ha il suo prezzo. Ora, dopo queste cose, non possiamo più tornare indietro: alla corruzione, alla vita del passato. Negli anni ‘31-’33, quelli di Stalin, oltre 10 milioni di persone sono morte di fame o mandate in Siberia; in alcuni nostri territori sono arrivati i russi, che si sono mescolati con la nostra popolazione. Ma non basta solo cambiare il passaporto, bisogna anche uscire da quella mentalità. Un po’ come il popolo di Israele che se n’era andato dall’Egitto, ma continuava a lamentarsi. Noi ucraini adesso stiamo facendo questo e la guerra è il prezzo che stiamo pagando. Purtroppo, i nostri vicini non volevano lasciarci andare nell’Europa.
Quali erano le avvisaglie più evidenti?
Quando l’esercito russo, dicendo che voleva fare esercizi militari, si è portato piano piano tutto al confine con l’Ucraina, abbiamo capito che qualcosa non andava. Non siamo stupidi.

Come definirebbe i suoi connazionali?
Siamo coraggiosi quando ci rendiamo conto di dover difendere il Paese, come i cosacchi delle nostre radici. Ad esempio il compagno di studio di mio fratello minore si chiamava Vitali; ora ha perso la vita facendo saltare (con se stesso) un ponte caricato di bombe, per non fare entrare, lì dov’era, i russi. E nel dolore siamo molto molto uniti ed umani e sappiamo cosa significa soffrire. Inoltre le nostre donne sono brave perché sanno fare di tutto e adesso stanno organizzando tutta la nostra Chiesa greco cattolica cristiana qui in Italia e spedendo tanti pacchi con cibi e vestiti. Stanno aiutando tanto i figli che difendono il nostro Paese. A Ceva ho celebrato con la mia comunità (etnica ndr) la Divina Liturgia e quando al termine abbiamo cantato l’inno ucraino mi sono girato, volevo dire qualcosa, ma ho iniziato a piangere. Per cinque minuti abbiamo pianto tutti. Poi ho esortato, nonostante le lacrime, che qualche volta pure ci vogliono, a fare tutto il possibile; pregare, essere uniti e mandare roba necessaria. Due rivoluzioni sono già passate; quella del 2014 per deporre il presidente Janukovyc e, ancora prima, quella della dignità con il presidente Viktor Juscenko. Speravamo molto in lui, ma era un po’ debole.

E l’attuale presidente?
Nei momenti difficili si vedono le persone; non è scappato e, come comico, è abituato a stare davanti alla gente. Lui quasi ogni giorno registra un video e dà una carica. Incoraggia e non è schiavo del mondo dell’ovest. È molto coraggioso quando parla contro la Russia, dicendo che non si tratta di un’operazione ma di una guerra. Dobbiamo usare termini chiari. Chiedere che tutto il mondo sia unito con noi, cercando di far capire che, se oggi si perde l’Ucraina, domani si perderanno altri Paesi. Putin è come un grande giocatore di poker; pensava di occupare in due giorni tutta la nostra nazione, e poi di cambiare il governo e di metterne uno filorusso. Ma non è successo così.
Quali sentimenti vi state scambiando tra voi connazionali, tra chi è rimasto in patria e chi ne è fuori? E con quali canali di comunicazione?
Abbiamo fatto subito una raccolta di soldi da mandare dove servono. Poi io faccio parte dell’Esarcato apostolico per i fedeli cattolici ucraini a cui partecipano sessanta sacerdoti (come fosse un’unica diocesi ucraina sparsa sul territorio italiano). Abbiamo immediatamente svolto una conferenza online, decidendo come ciascuno di noi dovesse svolgere la propria azione. Per prima cosa, abbiamo detto, bisogna pregare e non seminare il panico, perché ogni guerra si vince nella testa. Se si inizia a piangere, dicendo abbiamo perso, allora bisogna fermarsi e cambiare atteggiamento. Solo in Italia ci sono oltre 200mila ucraini con relativi parenti da aiutare in patria. Poi abbiamo iniziato ad ospitare i profughi, e gli italiani sono molto aperti a questo. Inoltre teniamo i contatti con i Comuni per fare un’azione sistematica ed organizzata.
Anche il mondo cattolico italiano si è diviso tra chi vorrebbe mandare armi e chi no, con la paura di innescare un’escalation di violenza infine incontrollabile. Qual è l’opinione della vostra gente?
Mi sembra che voglia armarsi sempre di più. Non con l’intenzione di uccidere i nemici che sono russi, ma per difendere il Paese. Purtroppo mi chiamano in tanti chiedendo di mandare caschi e giubbotti antiproiettile per i soldati, e per me è giusto mandare quel materiale. Se mi dicono che un amico è stato ucciso perché non aveva il casco che poteva proteggerlo, che cosa si può rispondere? Se non tocca a noi, siamo tutti pronti a dire delle belle parole, ma se invece tocca un tuo parente, è tutto diverso. Dobbiamo essere pratici, anche se è una scelta difficile e lo capisco. Ma se può salvare la vita, perché non usarla?
Padre Enzo Bianchi, fondatore del monastero di Bose, ha scritto su Repubblica, riguardo alle Chiese in Ucraina (tre ortodosse ed una quarta bizantina, unita alla Chiesa cattolica romana), “che la loro convergenza verso la pace non è stata ispirata dal Vangelo, ma da una guerra fratricida”. Se ci fosse una maggiore sintonia spirituale, più ecumenismo, il corso della guerra potrebbe prendere un’altra direzione?
Siamo una Chiesa giovanissima cominciata dal XVI secolo, e dopo la seconda guerra mondiale eravamo clandestini. Abbiamo incominciato ad uscire nel ‘91, con l’indipendenza dell’Ucraina. Siamo però potenti perché abbiamo tante vocazioni, tanti sacerdoti giovani e vicini anche al mondo europeo. Invece la Chiesa russa ha tanta tradizione. I fedeli seguono per abitudine ciò che facevano i loro nonni e genitori. Nonostante quello potevamo fare amicizia, dialogare, ma la Chiesa ortodossa - che è sotto il Patriarcato di Mosca - non vuole farlo perché pensa di essere di livello superiore (le altre due sono invece unite sotto il Patriarcato di Costantinopoli). Adesso però sta perdendo tantissimo. Perché o tu stai con il popolo ucraino e sei patriota (e preghi per i tuoi connazionali), o se no te ne torni in Russia. E il patriarca Onufri di Kiev lo ha capito; andando contro il patriarca Kyril II di Mosca ha dichiarato che la guerra c’è e che Putin deve fermarsi.
Quali sono le scelte dell’occidente che potrebbero incidere maggiormente sulla pace?
La cosa più importante ora è che si risvegli il popolo russo. Non basta solo la guerra esterna. Fra di loro ci sono persone che sanno pensare e che non possono dire “non me ne frega niente”, altrimenti uccidi anche tu.
Giovanni Paolo II è venuto in Ucraina nel 2001 ed ha proclamato 26 martiri; dobbiamo fermarci e capire che cosa si può fare. Putin sta vietando tutte le canzoni dove c’è la parola “guerra”. Vuole portare la Russia a com’era cento anni fa, e mi dispiace sentire che i russi abbiano così tanta paura. Per quanto sta facendo l’Europa, noi ringraziamo, però anche lei deve scegliere; cosa costa di più: l’Ucraina con tutte le vittime innocenti o il gas e il petrolio? Però se siamo uniti possiamo abbattere il dragone che si chiama Putin. Lasciate il nostro popolo in pace; vogliamo essere liberi, non schiavi.

Il servizio su La Fedeltà di mercoledì 16 marzo 2022.