Monsignor Giorgio Canale, un cuore inabitato dalla Trinità (1ª parte)

Canale Mons Giorgio

L’anno di grazia 1909, a livello diocesano, non è solo quello della morte del vescovo Manacorda e della consacrazione episcopale del fossanese Filippo Perlo. Infatti, il primo non è ancora sceso nella tomba che già il giorno successivo a quello in cui ha chiuso gli occhi nasce a Centallo un batuffolo di bimbo destinato a diventare il Servo di Dio Stefano Gerbaudo e ancor prima, il 23 aprile, a San Vittore è nata un’altra gigantesca figura della chiesa fossanese che noi abbiamo conosciuto come monsignor Giorgio Canale. I Canale di San Vittore sono una di quelle famiglie che meriterebbero un'onorificenza ecclesiale per qualità e quantità delle vocazioni fatte maturare: tra i loro dodici figli, infatti, oltre a don Giorgio, sboccia quella del fratello don Giovanni, mentre due sorelle prendono i voti tra le suore della Consolata.

La natura non lo dota di una salute di ferro: «Fin dalla nascita ebbe una salute delicata - riferisce la sorella suor Francantonia -, mamma raccontava che nei primi 8-10 mesi di vita piangeva con frequenza, tanto da non poter lasciarlo solo neppure per breve tempo». Per questo anche mamma è perplessa nel vederlo entrare ad appena nove anni in seminario, con una salute così fragile e con la sua paura a rimanere solo di notte; eppure i segni di una precoce vocazione sono così evidenti da non lasciar dubbi che il sacerdozio sia la sua strada: «Con lui non occorreva insistere perché dicesse le preghiere del mattino e della sera, era molto diligente nello studio sia a scuola come al catechismo e soprattutto gli piaceva fare il chierichetto e se, nelle mattinate più fredde o quando nevicava, la mamma non lo chiamava per andare a messa, piangeva sconsolato», racconta ancora la sorella. I successi nello studio, invece, non solo cancellano le pur legittime perplessità materne ma gli permettono anche di bruciare le tappe, consentendogli di raggiungere l'ordinazione, a 23 anni appena compiuti, il 15 maggio 1932 che, essendo la Domenica di Pentecoste, diventa anche presagio di un'esistenza sacerdotale totalmente inabitata dalla Trinità e, in specie, illuminata dallo Spirito, che nell'arco di una vita lunga a dispetto dell'età finisce per renderlo trasparenza di Dio.

Del Seminario diocesano finisce per diventare vicerettore in brevissimo tempo, quasi per controbilanciare con la sua delicatezza e la sua intensa spiritualità il clima di eccessivo rigore che allora si registra. Che sia, questa, la sua carta vincente, lo dimostra una preziosa testimonianza di don Carlo Lenta, risalente al 1989: «Si andava da lui con serenità e fiducia. Accadeva che, talora, si incontrasse il rettore, che domandava: "Cosa avete da dire a lui che non possiate dire a me?"». Questione di metodo, di tatto, di relazione, che il giovanissimo don Canale cura in modo particolare, mettendo al centro l'interlocutore con la sua personalità, i suoi problemi e le sue domande. Ed è così che comincia a rivelare le sue doti di eccezionale formatore di chierici e seminaristi. «Seguiva e lanciava i suoi giovani preti: non ne era assolutamente geloso. Giovanissimo prete mi fece invitare a Saluzzo per la predicazione in Cattedrale durante la Settimana Santa, quando l'invitato era lui». Nel 1938, in seguito all'improvvisa morte del canonico Marchesa-Rossi, gli subentra come rettore, proseguendo tuttavia con il proprio medesimo stile l'attività educativa e formativa. «Ci teneva il corso di eloquenza e ricordo i suoi suggerimenti pratici - testimonia sempre don Lenta -. Ci aveva portati nel vecchio San Giovanni e fatto provare dal pulpito nella chiesa deserta. Era poi un eccezionale maestro nella direzione spirituale e nella confessione sapeva indirizzare a questo. Ricordo gli inizi del mio sacerdozio: di ritorno da Cussanio mi dava suggerimenti e consigli pratici».

Don Giorgio Martina, di quegli anni ricorda: «Nonostante l'edificio vecchio e carente di servizi, il cortile angusto e con il sole a scacchi, si respirava un clima di serenità, di fratellanza, di genuina comunità. I disagi non erano pochi, soprattutto il freddo pungente dell'inverno con l'acqua che ghiacciava nel catino della nostra cameretta, eppure non ci parevano pesi rilevanti. C'erano l'esuberanza e l'entusiasmo della giovinezza, è vero, ma c'era in primo luogo la freschezza di un ideale che lei ci aiutava a coltivare e a portare a maturazione con incisività, con delicatezza, con equilibrio, attraverso i periodici colloqui personali, con le arricchenti e profonde meditazioni della domenica mattina, con l'esempio della sua vita, della sua dottrina, della sua spiritualità». È forse per dare completezza a questo suo stile che già dall'anno successivo, cioè dal 1939, inaugura un sodalizio spirituale con don Stefano Gerbaudo, cui fa affidare la direzione spirituale del seminario: un indubbio segno di stima per un sacerdote di cui non è soltanto coetaneo, ma già legati da una reciproca stima e da una intensa, seppur diversa, spiritualità. Solo i decenni successivi, tuttavia, potranno lasciar intravvedere cosa la Provvidenza saprà ricavare dall'intensa e fruttuosa comunione spirituale di queste due perle del clero fossanese.

(1 - continua)