Cinema in corpo 8

C’MON C’MON
di Mike Mills; con Joaquin Phoenix, Gaby Hoffmann, Woody Norman, Scoot McNairy, Molly Webster. 

Johnny è un giornalista che insieme ad una collega sta lavorando ad un programma decisamente interessante, chiedere ai giovani americani come immaginano il loro futuro (progetto che a molti, forse anche allo stesso Mike Mills, avrà ricordato “Comizi d’amore”, le interviste di Pier Paolo Pasolini sui giovani e l’amore). 
Johnny (un bravissimo Joaquin Phoenix) scandaglia l’America in lungo e in largo armato di registratore, microfono e tanta pazienza. Gli adolescenti svelano il loro mondo, c’è chi lo fa con trasporto, chi con malcelata sufficienza, chi con rabbia, ma tutti raccontano in qualche modo ciò che vivono e sentono, ciò che immaginano e pensano. Johnny ascolta, pone domande, dialoga, c’è una vena di malinconia nel suo sguardo e tanta realtà nei suoi movimenti. Poi, una telefonata alla sorella Viv, la loro mamma è morta un anno prima e da allora non si erano più sentiti. Il marito di Viv è malato e lei, samaritana dolcissima, si è trasferita a Oakland per stargli vicino. Così Johnny si offre di raggiungere Los Angeles per badare a Jesse, il nipotino di nove anni, finché ce ne sarà bisogno. Il ragazzino è certo più maturo di quanto la sua età dica, ma la sua è una maturità tutta cerebrale, figlia di un padre assente per cause di forza maggiore (Paul soffre di bipolarismo) e di una madre buona ma così debole e accondiscendente da essere fortemente diseducativa. Johnny si ritrova pertanto catapultato in una situazione che mette a dura prova non soltanto la sua pazienza ma anche il suo equilibrio professionale e umano. Lui e Jesse - pungente, simpatico (a volte) e insopportabile - attraverseranno gli States da New York a New Orleans in un viaggio che è un percorso di crescita (forse) ed un confronto tra il mondo adulto e quello dell’adolescenza. Le cose migliori sono le voci (vere) dei ragazzi intervistati (che scorrono anche sui titoli di coda), l’America in bianco e nero splendidamente fotografata da Robbie Ryan e le domande che pur mai pronunciate attraversano tutto il film: ma non è che tutti questi sensi di colpa degli adulti, tutto questo chiedere scusa quando non c’è nulla di cui scusarsi, questo finto dialogare - il piccolo Jesse parla moltissimo ma non ascolta mai nulla e nessuno - siano in realtà il modo migliore per (dis)educare un ragazzo? 

TROPPO CATTIVI
di Pierre Perifel; animazione.

Troppo Cattivi

Scritto da Etan Cohen (“Madagascar 2”, “Men in black 3”, “Tropic Thunder”) e diretto dall’esordiente (nel lungometraggio) Pierre Perifel, “Troppo cattivi” è una sorta di simpatica versione cartoon di “Ocean’s eleven”, con Mr Wolf che ricopre il ruolo di capo banda alla George Clooney, Miss Tarantula, per gli amici Webs, quelli dell’hacker Don Cheadle, Shark quelli di Brad Pitt e così via. Cinque incalliti criminali che dopo innumerevoli rapine vengono però arrestati e sbattuti in prigione, luogo tuttavia nel quale Mister Wolf non ha nessuna intenzione di andare e così per evitarlo decide di stringere un patto (che non ha intenzione di mantenere) per salvare tutti dalla galera: i Troppo cattivi diventeranno buoni. Ovviamente il piano prevede che i Troppo cattivi fingano davanti al mondo di essersi trasformati in buoni, ma cosa succede se cammin facendo si scopre che essere davvero buoni può essere bello (del resto già nella cultura greca antica ciò che era buono era inevitabilmente bello, “kalos kai agathos”)? 
Gangster movie a tutti gli effetti, con fughe e inseguimenti nella metropoli (che è sempre metafora di tentazione & perdizione), il film trabocca azione e divertimento senza rinunciare ad una lettura più profonda degli eventi - i cattivi sono veramente cattivi o sono semplicemente dei diversi? I buoni sono veramente buoni o sono soltanto degli ipocriti? - e nonostante la lineare prevedibilità del percorso narrativo i personaggi sono ben caratterizzati e il tratto grafico è decisamente avvincente.