Vivere a Shanghai chiusi sotto chiave

L’esperienza del fossanese Danilo Teobaldi nel Paese in lockdown assoluto da quasi due mesi

Danilo Teobaldi Cina Covid

Sta per tornare a casa Danilo Teobaldi, fossanese, vice-president di Nio, azienda cinese che produce auto elettriche. Il suo volo atterrerà in Italia giovedì 26 maggio, dopo quasi due mesi di lockdown duro in quel di Shanghai, metropoli di 26 milioni di abitanti, prigioniera - come tutta la Cina - delle misure anti-Covid scattate il 1° di aprile. “Faccio come tutti gli stranieri che abitano qui - ci racconta al telefono -. Cerchiamo di venircene via in attesa che si torni alla normalità”. Tutto nasce dall’obiettivo fissato dal presidente Xi: quello del contagio zero. Un indirizzo declinato nel modo più auto-conservativo possibile dai vari anelli della catena burocratica di comando. Ma anche una “missione impossibile” in presenza di Omicron. E infatti... “Inizialmente erano cinque giorni di lockdown - prosegue -, ora al 20 maggio (sabato - ndr) sono 52 e non si vede la fine”. Quasi due mesi di restrizioni alla maniera cinese, mica innocue raccomandazioni da “democrazie esangui”.

“In 52 giorni - spiega -, solo nelle ultime due settimane siamo potuti scendere nel giardino, recintato, del nostro condominio. Il cancello è chiuso con catene, fuori c’è un poliziotto in tuta anti-Covid che presidia l’edificio. Il cibo si acquista online: nelle prime settimane con ordini di gruppo: 50 kg di mele, 50 kg di pomodori -, ultimamente possiamo farlo anche in modo individuale”. Il lavoro, ovviamente, è da remoto, con vari sistemi di meeting. “Non è come essere in ufficio, ma cerchiamo di andare avanti”. Fuori, “le strade sono deserte, i posti di blocco spuntano ad ogni incrocio strategico”. E, per chi si contagia, “il trattamento è quello dei centri di quarantena”.

Articolo completo su "la Fedeltà" di mercoledì 25 maggio