Riconoscenza e speranze tra gli ucraini ospiti nel fossanese

Chiedono poco, ringraziano molto e si rimboccano le maniche. Sono gli ucraini arrivati a fossano, visti con gli occhi delle famiglie che li ospitano profughi in alloggi sfitti. I loro racconti hanno tanti elementi comuni, il primo è proprio questo: un’esperienza impegnativa ma appagante, burocraticamente complessa ma fatta con e per persone che sono riconoscenti, disponibili e volenterose.
In 6 alloggi di privati messi a disposizione della Caritas cittadina, che sta coordinando, ci sono 23 persone. Sono donne con bambini e ragazzi, e ci sono anche tre uomini.
Arrivano da zone diverse dell’Ucraina, da Kharkiv, Dnipro, Kramators’k, Kiev. Parlano poco di ciò che hanno lasciato ma non perdono occasione per informarsi su qual è la situazione nel loro paese, nelle città che hanno lasciato in fretta e furia. Molti di loro vorrebbero rientrare il prima possibile, ritrovare la quotidianità che avevano prima. Anche se l’accoglienza sta funzionando molto bene, la loro vita è rimasta là. Il lavoro, le case, le persone. E sono preoccupati. “E’ difficile immaginare che cosa significa mollare tutto e partire con una valigetta - commenta Bruno Maestrelli che insieme al fratello Paolo ha messo a disposizione un alloggio in cui ora ci sono una mamma con la figlia che ha iniziato a frequentare la scuola qui -. Loro sono molto carine, ma non è facile, soprattutto per l’ostacolo della lingua, anche se si stanno impegnando molto a imparare l’italiano. Hanno dei parenti che si sono rifugiati in Germania e sono già andati a trovarli una volta”.

Un alloggio vuoto diventato strumento di accoglienza, “ci siamo detti che era il nostro modo per dare aiuto e lo abbiamo fatto molto volentieri”, è il racconto di Maestrelli,  ma anche di tutte le altre famiglie che hanno fatto questa scelta. “Abbiamo in due alloggi un totale di 9 persone. Sono 3 famiglie diverse - ci spiega Laura Sarzotti -. Sono persone molto carine e anche molto autonome, almeno al momento. Chiedono molto poco, non sappiamo se per cultura, per rispetto o perché effettivamente non hanno bisogno di altro. Hanno una parente che vive da tempo a Torino e quando lei viene a trovarli è più facile comunicare perché lei ci da fa interprete. Cercheremo un lavoro per loro appena parleranno un po’ di italiano”. Questi “nuovi” fossanesi stanno frequentando il corso di italiano messo in piedi dal comprensivo Sacco e dalla Caritas.
La lingua, strumento indispensabile nella strada dell’integrazione. Ma non l’unico. “Servirebbe anche un mediatore culturale, perché le loro abitudini, gli usi e i costumi, le tradizioni, le regole sono diverse dalle nostre”, sottolinea Michela Grosso che con la famiglia ha accolto cinque persone: c’è una nonna con i due figli e i due nipotini. “Loro sono molto carini. Ma laggiù avevano tutto ciò di cui avevano bisogno e l’hanno mollato. Questo ha un peso enorme. Ci vorrebbe più presenza dell’amministrazione pubblica che, come accaduto in comuni limitrofi, realizzi una rete vera di sostegno, non tanto economico, quanto di persone. I volontari non mancano e questo è un aspetto bellissimo, ma servirebbero anche altre professionalità. Questi profughi non sono pacchetti che basta mettere al riparo e riempire di cibo. Sono persone. E meritano la migliore delle accoglienze possibili. Proprio a tal proposito ci teniamo a sottolineare la preziosissima collaborazione della Caritas sia diocesana che parrocchiale del Duomo e del Salice. E un ringraziamento va alla scuola dell’infanzia del Salice perché ha accolto (gratuitamente) il piccolo Vladyslav con molto calore”. 

Tutto è stravolto per questi profughi. Anche, banalmente, il fatto che arrivino da grandi città e si ritrovino in paeselli. Come è accaduto per le ospiti della famiglia Burdisso: nonna, mamma e nipotina che ora sono a Trinità. “E’ un enorme cambiamento per loro - raccontano -. Abbiamo insegnato loro dove e come prendere il treno, in modo da renderle più autonome. La figlia, che ha 37 anni, è a capo di un’organizzazione umanitaria e si è trovata dall’altra parte della barricata. Sta cercando di capire come può fare e aiutare da qui. La piccola invece ha iniziato la scuola dell’infanzia qui a Trinità. L’esperienza per noi è molto positiva, sono persone sorridenti e comunicative che hanno voglia di capire e vivere le nostre modalità e farci capire le loro”. Dalla grande città alla frazione. E’ accaduto anche alle ospiti de “La casa di Graziella e Italo”- dal nome dei proprietari - di Murazzo. Anche in questo caso c’è una nonna  con due figli e un nipotino e soprattutto una “volontà di ferro - racconta Bruna Lerda che li ospita -. Non molla mai e ci dice sempre che in qualche modo vuole restituire ciò che sta ricevendo”. E allora magari prepara una torta o dei biscotti per chi la aiuta.

A Murazzo la comunità si è stretta intorno a questa famiglia. Mettendo a disposizione tempo, cose, competenze, passaggi in auto. “I cresimandi hanno donato al loro nuovo amico tutto il necessario per andare a scuola, dal righello allo zaino. Al negozio di alimentari hanno avviato la ‘spesa sospesa’ per chi vuole contribuire e quando abbiamo bisogno di qualcosa lo scriviamo, c’è subito qualcuno che risponde. L’orto, il giardino, la cucina: le nostre ospiti non rallentano mai. Sono integrate nella comunità, sono discrete e solari, nonostante le situazione difficile da cui arrivano”. 
Non è una vacanza. Le preoccupazioni sono tante, per il futuro del loro Paese, per loro. Lo sanno bene i profughi e le famiglie che li accolgono. Ma grazie a questo spirito collaborativo la guerra è davvero un po’ più lontana.