Unione europea, una democrazia fragile da proteggere

EUROPA - Rubrica di Franco Chittolina

L'emiciclo del Parlamento Europeo a Strasburgo
Foto SIR/Marco Calvarese

Non è una bella Vigilia di Natale quella che vivono l’Unione Europea e i suoi cittadini. Come non fosse bastata l’irruzione della guerra e la crisi energetica, con le loro ricadute economiche e sociali, adesso c’è da fare i conti anche con il virus della corruzione che è penetrato nel cuore delle sue Istituzioni, il Parlamento europeo, ad opera di parlamentari e loro collaboratori.

Allo stato delle indagini due Paesi, il Qatar e il Marocco, di non rilevante peso politico ma in grado di corrompere con importanti compensi in denaro e di ricattare avvalendosi di rilevanti risorse energetiche, hanno messo in atto manovre di seduzione per ottenere trattamenti di favore. Per farlo hanno puntato su un bersaglio simbolicamente forte, ma anche fragile nel quadro istituzionale europeo, come il Parlamento di Strasburgo detentore di limitati poteri. Il calcolo consisteva nel colpire un simbolo della democrazia europea per ricavarne complicità in grado assicurare vantaggi di immagine per regimi impresentabili.

A questo azzardo si sono prestati personaggi politicamente minori, ma in grado di avvalersi di loro passate o presenti responsabilità istituzionali, coinvolgendo nel discredito le rispettive forze politiche di provenienza e il Parlamento europeo, con il rischio che si faccia di ogni erba un fascio, col risultato di minare l’intero sistema istituzionale UE. Al di là di una vicenda vergognosa per i corrotti, la cui responsabilità penale è personale, è importante cercare di capire che cosa non ha funzionato per prendere i provvedimenti che si imporranno con l’obiettivo ridare efficienza e credibilità alle Istituzioni UE.

Da settant’anni a questa parte stiamo cercando con grande fatica e ritardi di vivere nell’UE una straordinaria forma di vita democratica, quella di una “democrazia tra le nazioni”, in una stagione che da tempo registra già pesanti debolezze nelle “democrazie all’interno della nazione”, un malessere che non riguarda solo l’Ungheria, ma che si affaccia anche in Paesi di più lunga tradizione democratica. Costruire una “democrazia tra le nazioni” non è impresa facile: vi debbono convergere popolazioni di cultura e lingue diverse, raggruppati in collegi elettorali eccessivamente vasti (il nostro collegio di nord ovest conta oltre 800mila elettori), difficili da coinvolgere nell’esercizio democratico e con costi economici non indifferenti e non sempre trasparenti. Il risultato, al momento del voto, è spesso un’insufficiente informazione, una bassa partecipazione e un mercato opaco nella ricerca del consenso; una situazione aggravata, dopo il voto, da uno scarso controllo popolare sul comportamento degli eletti, spesso anche da parte dei partiti di provenienza. Tutte derive presenti anche a livello nazionale, ma difficili da individuare e valutare nel quadro istituzionale complesso dell’UE, dove il Parlamento condivide il ruolo legislativo con il Consiglio dei ministri nazionali mentre il potere esecutivo è nelle mani della Commissione e il controllo del rispetto dei Trattati affidato alla Corte europea di giustizia.

Ad oggi le indagini riguardano alcuni attori minori che, all’interno del Parlamento, avrebbero venduto la loro limitata capacità di influenza al potere del denaro con risultati lontani da quanto atteso dai corruttori. Non è una ragione per sottovalutare la pericolosità di queste derive ma è sicuramente un’occasione da cogliere per una manutenzione straordinaria di un assetto istituzionale che non favorisce la trasparenza e induce in tentazione i detentori di interessi prevaricatori, tra i quali potrebbero insinuarsi potenze di ben altre dimensioni che non quelle dei due Paesi in questione.

Franco Chittolina