“L’Europa è il nostro denominatore comune”

Romina Brondino, fossanese, racconta la sua esperienza all’Eurostat, dove lavora da 12 anni

Romina Brondino

Avete presente l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica? L’omologo a livello europeo si chiama Eurostat. È il servizio della Commissione europea che raccoglie ed elabora a fini statistici i dati economici e sociali provenienti dagli Stati membri dell’Ue per diffonderli tra i cittadini e le Istituzioni. Ci lavorano circa 800 persone, una quarantina - di diverse nazionalità - nel Dipartimento Comunicazione nel quale opera anche la fossanese Romina Brondino. L’Europa, che per molti di noi è una nozione astratta, per lei è vita e lavoro. Abita in Lussemburgo, è sposata e madre di due bambini di 7 e 4 anni.

Da quanto tempo sei all’Eurostat?

Dal 2012.

Di che cosa ti occupi?

Gestisco progetti legati alla comunicazione: pubblicazioni, webinar, conferenze online. Ho lavorato a lungo all’ufficio stampa, a stretto contatto con i giornalisti. Adesso mi occupo di più di alfabetizzazione statistica, prodotti multimediali che aiutano un pubblico più vasto - anche i bambini delle scuole - a leggere le statistiche, tenuto conto che la loro comprensione non è una cosa semplice e immediata.

L’ultimo lavoro?

Nelle settimane precedenti al voto, abbiamo creato un servizio di fact checking per dare l’opportunità a chi lo volesse - giornalisti in primis - di verificare la veridicità dei dati diffusi in campagna elettorale.

Perché le statistiche sono così importanti?

Perché forniscono informazioni indispensabili per conoscere la realtà dei Paesi Ue e di monitorare il raggiungimento degli obiettivi che ci si era dati con quella determinata azione politica.

Non bastano gli Istituti nazionali?

Il valore aggiunto dell’Eurostat è quello di poter comparare, secondo metodologie comuni, le statistiche di ciascun Paese. Faccio un esempio: se noi sappiamo che le energie rinnovabili in Italia coprono una certa percentuale della produzione energetica assoluta, abbiamo un dato interessante. Ma se lo raffrontiamo con gli altri Paesi Ue comprendiamo meglio a che punto siamo, se stiamo andando più lenti o più veloci di altri. Vale per mille altri settori: la digitalizzazione dei servizi pubblici, la disoccupazione giovanile, l’abbandono scolastico e così via.

Quale è il percorso che ti ha portata all’Eurostat?

Mi sono laureata come interprete-traduttrice all’Università di Trieste. Poi ho seguito un Master di Studi europei in Germania. Ho sempre sentito il desiderio di lavorare per il bene comune. Ma prima di lanciarmi nel mondo delle Istituzioni europee, ho avuto una lunga esperienza lavorativa alla Mondo di Alba. Ho quindi lavorato con un contratto di due anni all’Agenzia europea per la Sicurezza alimentare a Parma e da lì ho iniziato a preparare concorsi, finché ho ricevuto l’offerta dall’ufficio stampa dell’Eurostat.

Che cos’è per te l’Europa?

È il minimo denominatore comune. Dirsi pro o contro non ha senso. C’è e basta. È la libertà di movimento, di studio, di lavoro che abbiamo oggi. È ciò che ci ha permesso di raggiungere obiettivi che da soli non avremmo mai ottenuto; il risultato di un lungo percorso, contrassegnato anche da fatti tragici, che ormai diamo per scontato, ma che scontato non era. Questo non vuol dire che le Istituzioni europee siano perfette: al contrario, devono migliorare, evolvere sempre, adattarsi a una realtà che cambia continuamente. Ma i valori alla sua base vanno difesi.

Che cosa fare per difenderli?

Bisogna non stancarsi di spiegare che cosa fa l’Europa, perché il messaggio non sempre arriva. Si potrebbero coinvolgere di più le scuole, ad esempio. Si dovrebbe raccontare come l’Europa incide in concreto, nella vita di tutti i giorni. Ricordare i progetti che sono stati possibili in Piemonte, negli ultimi anni, grazie all’Europa...

Ottimista o pessimista?

Sono ottimista. Credo nei giovani, che sono molto più formati delle generazioni precedenti, hanno accesso a più informazioni e voglia di cambiare in meglio la società in cui vivono. D’altra parte, i risultati dell’ultimo «eurobarometro», diramati dalla Commissione, ci dicono che il 74% delle persone che hanno risposto si sentono cittadini europei. I segnali positivi non mancano, anche se i sentimenti di insicurezza economica e l’ostilità verso i fenomeni migratori offrono ancora spunti per dirsi euroscettici.

Torni spesso a Fossano?

Almeno 3-4 volte l’anno. E ci tengo a dire che sono molto legata a Fossano. Vivere all’estero non vuol dire affatto rinnegare le proprie origini. Anzi, proprio stando all’estero si riscoprono e si apprezzano le radici.