I Pfas riscontrati da Greenpeace nelle acque di Fossano sono inferiori al limite previsto dal decreto governativo in fase di approvazione. Ma restano due nodi da sciogliere: perché ci sia difformità fra le rilevazioni di enti locali come Alpi acque e quelle della ong e, se davvero le sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche sono presenti nell’acquedotto della città degli Acaja, da dove provengano e a quale attività industriale siano da collegare. Questi, in estrema sintesi, i temi emersi nella serata dello scorso 15 maggio all’hostello Sacco.
All’inizio dell’anno, il report di Greenpeace sulla presenza dei Pfas negli acquedotti di numerosi Comuni italiani è diventato un “caso”: un caso anche fossanese. Le molecole - impiegate in vari processi industriali e ritenute pericolose per la salute - sono infatti state trovate dalla ong nell’acqua prelevata alla fontana vicino alla chiesa di San Bernardo. Alpi acque, gestore del servizio idrico integrato nella città degli Acaja, ha informato che dai controlli effettuati “in coordinamento con Asl, Arpa e Regione Piemonte”, “non è mai stata trovata traccia” di “sostanze riconducibili” ai temuti composti: e il Comitato fossanese di Salvaguardia ambientale e Tutela della salute, se da un lato ha ribadito la piena fiducia nella “perizia e alta professionalità” di Alpi acque, dall’altro ha voluto “portare” nella città degli Acaja la stessa Greenpeace, per un confronto diretto. Così è stata organizzata la serata dello scorso 15 maggio, a cui ha partecipato Fabio Rotondo, volontario di Greenpeace sul territorio piemontese.
Articolo completo su La Fedeltà del 21 maggio
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