Donare qualcosa di sé è un esercizio che fa bene anche a chi dona. Ci educa alla condivisione, e anche al riconoscere i doni che a nostra volta riceviamo. È un qualcosa che ci aiuta a vivere meglio, in modo più equilibrato. E poi, ovviamente, è anche un gesto concreto di aiuto agli altri, uno strumento per mettere in moto un meccanismo di “riequilibrio” più generale. Non siamo molto abituati al dono, ci concentriamo di più su ciò che ci spetta di diritto, su ciò che altri devono fare per noi. Giusto lottare per i diritti, ma se in questo percorso ci mettiamo anche il dono, la prospettiva diventa più ampia. Più completa.
In questi giorni a Fossano ha inaugurato una mostra che parla di dono, declinato in tante sfumature diverse. C’è il Dono con la D maiuscola che per i credenti è un Dio che “regala” se stesso per l’umanità, ma poi c’è il dono più feriale, quello di chi si impegna mettendo a disposizione i propri carismi, il proprio lavoro, il proprio tempo. Nella mostra fossanese il dono è associato alla Speranza, che è il filo conduttore, l’anima del Giubileo 2025. Il dono è insieme seme e frutto della speranza, è qualcosa di contagioso, capace di stimolare percorsi, indicare un modo diverso e possibile di vivere la comunità.
Luogo in cui si condivide, non si lascia indietro nessuno, si cammina insieme. Tutti elementi molto concreti, che chiedono un impegno vero e non lasciano spazio a facili alibi. Donare è un bell’esercizio per vivere meglio, limitare il rischio di cadere nell’arroganza, metterci dentro il proprio “io” in una prospettiva di “noi”.





























