Dopo un lungo stop, causato da alcuni infortuni che ne hanno condizionato l’ultima parte della passata stagione con la maglia del Genoa e l’inizio dell’attuale, nelle ultime settimane Fabio Miretti è ritornato stabilmente nelle rotazioni della Juventus, con il nuovo allenatore Luciano Spalletti che gli ha dato uno spazio crescente nelle partite disputate dai bianconeri.
Non inganni la carta d’identità: pur essendo nato a Pinerolo, il classe 2003 è a tutti gli effetti un orgoglio cuneese, essendo cresciuto con la sua famiglia a Manta, dove i suoi genitori vivono tuttora e dove Fabio si reca appena può, tra un impegno sportivo e l’altro.
La Fedeltà ha scambiato quattro chiacchiere con papà Livio, che lo ha aiutato a crescere e che lo segue stabilmente ancora oggi, con l’orgoglio di un genitore che ha visto il proprio figlio realizzare quel sogno comune e milioni di giovani italiani.
Livio, intanto che effetto vi ha fatto rivederlo in campo?
Sicuramente è stata una bella sorpresa, anche perché quando è stato schierato titolare per la prima volta in Champions League contro il Bodo Glimt, non se lo aspettava davvero nessuno. Lo speravamo, però, perché Fabio stava bene, si era allenato bene e Spalletti aveva parlato molto bene di lui. Ora gli servono un po’ di partite per trovare il giusto ritmo.
Un bel modo per lasciare da parte qualche mese difficile…
Sì, indubbiamente per Fabio non è stato semplice. La stagione al Genoa, con il senno di poi, è stata molto utile. Talvolta ha dovuto giocare in condizioni precarie ma non si è mai tirato indietro, perché Vieira credeva molto in lui. Poi, purtroppo, è arrivato l’infortunio, che l’ha privato di un finale di stagione importante e, probabilmente, anche della partecipazione al Mondiale per Club in estate con la Juventus.
A proposito di Vieria. Quanto orgoglio c’è nel ricevere attestati di stima da ex campioni di questo calibro?
Tanto, ovviamente. Il mister ha sempre parlato bene di lui, ma non è stato l’unico. Anche Giorgio Chiellini lo ha sempre riconosciuto come un “ragazzo della Juve”. Fabio è cresciuto con la maglia bianconera e la conosce bene.
Eppure, oggi, essere un giovane calciatore in Italia non è proprio un mestiere facilissimo…
Mettiamola così, per usare un eufemismo (ride, nda). Purtroppo oggi abbiamo troppe pretese sui ragazzi. Ecco perché Genova è stata importante per lui: al netto dell’infortunio, ha fatto quella gavetta necessaria per crescere. Ora è arrivato il tempo di dimostrare.
Che cosa significa essere il genitore di un giovane calciatore?
Significa, innanzitutto, doversi confrontare con le cose belle e con quelle meno belle. Il nostro è un mestiere altrettanto difficile, perché dobbiamo confrontarci anche con i social network, in cui davvero si legge di tutto. Non esiste la via di mezzo e per questo ci vuole tanta pazienza, che, purtroppo, non è proprio un mio pregio (ride, nda). Mi è capitato di scontrarmi con delle persone, perché davvero, talvolta si perde ogni pudore quando si segue una partita. Ci si dimentica che i giocatori sono prima di tutto delle persone. Delle persone giovani.
Le soddisfazioni, però, sono state tante…
Senza dubbio, sin da quando Fabio è piccolo. Io sono sempre stato juventino, per cui vederlo con quella maglia è stato qualcosa di magico. Lui ha sempre lavorato in silenzio e noi, anche quando si vedeva che le qualità c’erano, non abbiamo mai fatto il passo più lungo della gamba, al motto del “vedremo se sarà”. Oggi siamo qui, ma con il senno di poi posso dire che il percorso non è stato facile, perché quando il cerchio si stringe, la concorrenza si fa agguerrita. Fabio è stato bravo a tenere sempre la testa sul collo.
Un ricordo indimenticabile?
Sarebbero tanti, ma dico il giorno in cui la Juventus ha affisso la sua maglia in una bacheca che raccoglie tutti i grandi nomi che hanno tagliato il traguardo delle 50 presenze in bianconero. È stata un’emozione vera, perché tra i campionissimi di sempre c’era anche il nostro cognome. È stato anche un punto di arrivo, perché comunque vada, chi arriverà da qui in avanti quando passerà lì davanti vedrà anche il nome di Fabio. Ricordo con piacere, poi, anche la festa finale dello scorso anno a Genova: parlai con Ruslan Malinovsky, che mi disse che giocare con Fabio era facile, perché secondo lui “Fabio dà del tu al pallone”. Un attestato di stima importante.
Un’ultima curiosità: da genitori, riuscite ancora a passare del tempo con lui?
Sì, proprio perché Fabio è rimasto il ragazzo di un tempo. Viene spesso a Manta, anche perché la sua fidanzata è originaria di qui e perché lei va a cavallo spesso a Cuneo. Quando era a Genova, lo raggiungevamo ogni 15 giorni. A Torino è tutto più facile. Speriamo vi resti a lungo.




























