Il nome ritrovato nella neve della storia: Giovanni Pepino, cerverese disperso in Russia

Rintracciato da un genovese negli elenchi del cimitero di Arsk in Tatarstan

(2014) Cimitero Dell'Ospedale 3655 Ad Arsk
(2014) Cimitero dell'Ospedale 3655 ad Arsk

Per oltre ottant’anni un nome è rimasto sospeso tra silenzi, attese e dolore, perso nelle pieghe più oscure della memoria della guerra. Giovanni Pepino, nato a Cervere l’8 marzo 1920, è uno dei tanti giovani italiani inghiottiti dalla tragedia della campagna di Russia e per lungo tempo iscritto nel tragico elenco dei dispersi. Oggi sappiamo che non fu solo “disperso”: Giovanni Pepino morì a 23 anni, dopo la ritirata dell’Armir e le sofferenze della marcia del “Davai”, e riposa in una fossa comune ad Arsk, in Tatarstan.
A restituire un nome e una verità a questo giovane cerverese è stato Pier Luigi Delvigo, genovese, camminatore solitario, conosciuto come il Siberian Walker. Una figura fuori dagli schemi ufficiali, ma animata da una determinazione che negli anni ha portato alla luce documenti e informazioni rimaste a lungo sconosciute anche alle autorità italiane.
La svolta avviene mentre Delvigo si trova in Russia. Nel 2011 e negli anni successivi percorre a piedi migliaia di chilometri attraversando l’intero Paese, da San Pietroburgo a Vladivostok, in un’impresa durata quattro anni. Durante il viaggio viene contattato da un’amica, che: gli chiede di cercare notizie su uno zio morto ad Arsk, località del Tatarstan dove durante la Seconda guerra mondiale operava l’ospedale militare n. 3655.
Terminato il cammino principale, Delvigo decide di tornare appositamente ad Arsk, sfruttando il tempo ancora disponibile sul visto. È un ritorno non previsto all’inizio, ma carico di significato. Qui, in un archivio di stato, con l’aiuto di contatti locali e di un’associazione di volontari russa, ottiene un documento fondamentale: l’elenco completo dei prigionieri di guerra stranieri deceduti nell’ospedale 3655, a lungo classificato come “completamente segreto” e successivamente desecretato.
L’elenco, in alfabeto cirillico, viene fatto tradurre e verificato. Incrociando quei nomi con i dati dell’Unirr (Unione nazionale italiana Reduci di Russia) e con tabulati ufficiali forniti in passato al Governo italiano, Delvigo ne conferma l’attendibilità. Tra quei nomi emerge anche quello di Giovanni Pepino, nato a Cervere l’8 marzo 1920.
Non solo. Insieme all’elenco, Delvigo ottiene la piantina del cimitero di Arsk, impropriamente chiamato “Cimitero dei tedeschi”. È qui che vennero sepolti tutti i deceduti dell’ospedale 3655: circa 300 italiani, oltre a soldati tedeschi e ungheresi. Le lapidi ricordano questi ultimi. Degli italiani, nessun segno. Nessuna delegazione ufficiale del nostro Paese ha mai fatto visita al luogo.
Per Cervere, il nome di Giovanni Pepino non è una semplice annotazione d’archivio. Dai ricordi dei familiari e dei conoscenti riaffiora il ritratto di “un ragazzo moderno, elegante, raffinato”, consapevole di una sorte ostile già prima della partenza. Il giorno dell’addio non ebbe la forza di salutare la sorella: si scambiarono uno sguardo da lontano, poi nulla più. La famiglia rimase per decenni senza notizie certe.
Delvigo, oggi ultrasettantenne, ex mezzofondista e pensionato, racconta di aver trovato lungo le strade della Russia e della Siberia una straordinaria umanità: contadini poverissimi pronti a condividere cibo e riparo, madri che vedevano nei soldati italiani i propri figli. La stessa umanità che molti reduci hanno testimoniato anche nei campi di prigionia, nonostante l’orrore della guerra.
Il suo lavoro non è solo una ricerca storica, ma un atto di giustizia. Grazie a lui, Giovanni Pepino esce dall’anonimato dei “dispersi” e rientra nella storia con un nome, un luogo e una verità.
Oggi, mentre l’attualità internazionale rende difficili i rapporti con le autorità russe e con l’Onorcaduti, questa vicenda resta aperta. Al cerverese Giovanni Pepino va ora un ricordo doveroso. E resta altrettanto doveroso l’impegno a dare un segno concreto di memoria ai tanti italiani che riposano ad Arsk, lontani da casa, ma non più dimenticati.
Questa storia, ora che un nome è stato finalmente sottratto all’oblio, pone anche una sfida concreta al presente. Una sfida che potrebbe raccogliere Giacomo Dotta, vicesindaco di Cervere, già protagonista in passato di un lavoro di ricerca tanto paziente quanto ambizioso. Fu proprio un nome curioso, incontrato quasi per caso, a spingerlo qualche anno fa a ricostruire la figura di Tourn il Piemontese, l’alpino di Luserna San Giovanni amico di Mario Rigoni Stern, citato ne Il sergente nella neve: un’indagine approfondita, culminata nella pubblicazione di un libro che ha restituito identità e spessore umano a una figura rimasta a lungo ai margini della grande storia.
Oggi, il ritrovamento del nome di Giovanni Pepino apre un percorso analogo. La ricostruzione della sua vita, del contesto familiare, del suo cammino fino alla tragica fine in Russia potrebbe rappresentare il naturale passo successivo: non solo un doveroso atto di memoria, ma anche un modo per dare senso a un sacrificio consumato lontano da casa e rimasto senza voce per decenni.