A tanti anni dalla fine della guerra è utile fare memoria di quegli anni terribili, pieni di odio, violenze, ma anche ricchi di atti eroici, controcorrente, e di testimoni di speranza. Occorre ricordare coloro che quella storia l’hanno attraversata e testimoniata e che in seguito sono stati artefici di una ricostruzione che non è soltanto quella di case rase al suolo, ma soprattutto delle coscienze, della dignità delle persone, aiutandole a vivere. In tanti casi a rinascere. 60 anni fa moriva un sacerdote che quegli anni difficili li ha vissuti e raccontati. Un uomo che a questo nostro territorio ha dato molto, e molto anche a La Fedeltà, che ha diretto per tanto tempo: il canonico Andrea Panero.
Dopo tanti anni dalla sua morte viene ancora ricordato con ammirazione e riconoscenza da un gruppo di suoi ex allievi di quello che un tempo era l’Ospizio di Carità. Un ricordo che è testimonianza, necessità di trasmettere alle nuove generazioni quell’esperienza, quella vita. È bello e giusto ricordarlo nella pagina che gli abbiamo dedicato questa settimana e anche attraverso queste poche righe di prima pagina, uno spazio che tante volte ha ospitato i suoi scritti e le sue riflessioni firmate con l’acronimo asp (Andrea Sacerdote Panero).
La sua vita fu dedicata in particolar modo a due “missioni”. Da un lato il giornale dove prestò servizio per 40 anni, dirigendolo per 20, anche negli anni della Seconda guerra mondiale fino a quando dovette fuggire perché braccato dai nazifascisti per poi ritornare dopo la Liberazione. Dall’altro il servizio educativo con i giovani dell’Ospizio, quello che sarebbe diventato anni più tardi il Cap, dove fu punto di riferimento e visionario animatore. Due ambiti che dicono di una persona che ha creduto fortemente nel valore dell’informazione e della formazione. Del raccontare l’oggi per aiutare le persone ad essere consapevolmente parte attiva nella vita della comunità. E dello sguardo rivolto al domani e in particolar modo ai giovani che ne saranno protagonisti e custodi. Due prospettive che si incontrano e si completano. Un’eredità importante per il nostro lavoro e per quello degli educatori. Da condividere e mettere a frutto.


























