“In tutti i carcerati c’è una presenza della luce divina, indipendentemente dai reati commessi”

Intervista a don Osvaldo Bonello, cappellano della struttura di detenzione di Cuneo

Don Osvaldo Bonello
Don Osvaldo Bonello

Non si possono capire i motivi che hanno spinto don Osvaldo Bonello a diventare cappellano del carcere di Cuneo nel 2004, senza conoscere alcuni tratti della sua vita che lo hanno preparato a questa scelta. Nato a Dronero nel 1955, diplomato geometra e laureato in sociologia all’Università di Trento, dal 1° maggio 1982 fa parte del Movimento contemplativo missionario padre de Foucauld (anche conosciuto come Città dei ragazzi di Cuneo); fondato da padre Andrea Gasparino, dal 1994 è diventato di diritto pontificio. Ha studiato teologia nel Seminario interdiocesano di Fossano, ed è stato ordinato sacerdote il 1° luglio del 1990.

Conobbe la spiritualità del Movimento quando era ancora adolescente, grazie alla testimonianza di altri giovani che vennero a parlare nella sua parrocchia “della preghiera e del silenzio della Città dei ragazzi, lasciandomi a bocca aperta”, ci racconta. L’incontro con don Gasparino (“un turbine”), allora 47enne (e che don Osvaldo chiamerà sempre “Padre” in tutta l’intervista, ndr), farà il resto: la frequenza assidua mensile alla scuola di preghiera di comunità, gli studi universitari, l’entrata nel Movimento e il conseguimento finale della laurea, anche su esortazione dello stesso don Gasparino.

“Fino al 2001 sono stato sacerdote nella comunità – ricorda -, ma si doveva dare il cambio a due confratelli in missione in Kenya e uno di quelli che era già partito dopo pochi mesi si ammalò”. Don Osvaldo andò quindi al posto suo, a Mandera, al confine con la Somalia “che rivendicava da tempo quei territori. Eravamo in pieno islam, mentre, nel frattempo, l’attentato alle torri gemelle in America avrebbe avuto ripercussioni mondiali”.

La missione in cui era don Osvaldo verrà infatti assaltata e quindi, non essendo più al sicuro, farà rientro in Italia l’anno dopo, nel 2002. “Il Padre mi affidò l’accoglienza dei poveri – continua - e più tardi dovetti fare un sopralluogo all’istituto penitenziario a visitare un nostro ex-ospite, cosa che non era affatto nei miei progetti”, ma in quelli di don Gasparino. “Col suo modo di comunicare mi lasciò un biglietto al termine del 2003: Osvaldo, sei pronto per il servizio in carcere? Dopo 24 ore di scombussolamento totale ho detto sì”.

Tutti, dal cappellano di allora al vescovo Natalino Pescarolo, erano contenti di questa scelta, ma la risposta non arrivava dalla Casa circondariale. Con una successiva telefonata sollecitata da don Gasparino e fatta da don Osvaldo, giunse infine la svolta; “il 1° aprile del 2004, anniversario della mia chiamata, c’era la messa in carcere e io fui presentato come appoggio al cappellano”. È stato l’inizio di quel suo lungo e fruttuoso sodalizio pastorale e spirituale con la realtà detentiva che continua ancor oggi.

In che modo aiutavi il cappellano?

Per sette anni, molto proficui, don Bernardi, cappellano ufficiale dal 1989, celebrava la messa, preparava un foglietto con un po' di Parola di Dio, riflessione, quiz, indovinelli, battute…Io, che desideravo fare colloqui personali, al sabato durante la messa (e in altri due giorni della settimana), passavo nelle sezioni per incontrare chi non era venuto. Poi, dopo un mese dal mio arrivo, mi dice che nel carcere c’era anche il 41 bis (una struttura molto severa), per accedere alla quale bisognava avere l’autorizzazione da Roma, che giunse il 24 maggio dello stesso anno. Insieme al cappellano abbiamo fatto una prima volta il giro insieme: 92 persone in celle singole su quattro piani. Mi fece impressione l’accoglienza straordinaria ricevuta.

Che doti spirituali ed umane ci vogliono per svolgere questo servizio?

Una formazione ci vuole sempre, ma non basta sapere delle cose, tutto dipende da come ti poni con l’altro. Un operatore dovrebbe essere unito al Signore con la preghiera, quando entra lì. Mentre la luce che deve guidarci è la Parola di Dio, due i versetti che mi impressionano sempre: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”: ora, nel momento presente. Soprattutto in carcere io so che quella luce c’è in chiunque; sia che abbia commesso cento omicidi o abbia rubato una gallina o sia innocente (e ne ho anche trovati). L’altra parola è quella che ci dice che saremo giudicati sull’amore (Mt 24). “Ero affamato, malato, nudo…” magari lo accettiamo, invece, “ero in carcere e siete venuti a trovarmi” fa saltare i criteri di fondo. Il testo greco recita. “Ero in carcere e siete venuti verso di me”, che sottende la sfumatura, “non avete avuto paura”; tanti, infatti, non ci vanno proprio per questo. Ma Gesù si identifica con chi è in carcere, senza alcun interesse per ciò che ha fatto. IL grande teologo Karl Rahner tenne nel 1959 un ritiro a tutti i cappellani dell’Austria con una riflessione fenomenale su questa realtà: noi andiamo dai carcerati per vedere in loro noi stessi, e poi per imparare da loro.

Ecco, cosa si impara dai detenuti?

Io ho imparato a conoscere meglio la mia umanità, il senso del mio cristianesimo, il mio ruolo di prete. Una ricchezza enorme! A volte si può andare con l’idea di salvare qualcuno, ma quando entri lì e porti al collo la croce (che è la prima cosa che guardano), mi emoziona sempre pensare che veramente il Signore si trovi in quel posto, anche se alle volte è molto nascosto perché ci sono delle sofferenze immani. Non ho però trovato altro luogo in cui ci si saluta sempre sorridendo. E direi che non vado solo ad imparare, ma anche a “rubare”: se ho qualche tristezza che mi pesa sulle spalle, entrando lì tutto passa ed esco rilassato.

Dopo così tanti anni, non c’è pericolo di stanchezza… o non nasce la voglia di cambiare tutto?

Come tutto ciò che si ripete, anche questo può diventare un mestiere, ma sarebbe bruttissimo. Magari all’inizio avevo in cuore dei progetti e delle speranze, che poi si scontrano con i limiti, le resistenze e le tempistiche del luogo, per cui è necessario cominciare a smussarle cambiando strategia, prima che subentri la frustrazione. In questi 21 anni ho visto evoluzioni ed involuzioni che non ti lasciano mai tranquillo; un direttore mi disse che il carcere era un porto di mare, e, infatti, ho visto ed incontrato migliaia e migliaia di persone.

Giubileo Carcere Cuneo
Giubileo in carcere a Cuneo, aprile 2025

Concretamente, cosa fa un cappellano in carcere?

Intanto non deve sostituire nessun altro, per esempio portando panettoni o altro ancora, che è un compito dei volontari. Altrimenti si rischia di diventare un tuttofare e di non svolgere il proprio compito. Con i volontari mettiamo poi un piccolo contributo mensile, che chiamiamo “di dignità”, perché ci sono dei detenuti che non hanno niente; prima verifichiamo, con la ragioniera del carcere, chi si trova maggiormente in difficoltà. Il cappellano deve portare Dio e riceverlo…

E come?

Innanzitutto, con la vita spirituale sempre accesa. Da quando sono cappellano posso fare molte meno cose di prima, perché tutto il mio tempo lo dedico ai colloqui. Al 41 bis ne ho fatto più di 700, con qualcuno anche quaranta volte. Ho conosciuto i sodalizi criminali sentendo più loro che leggendo libri. Con alcuni ci siamo scritti per anni a Natale e Pasqua. È quindi un impegno che continua, anche tra i detenuti comuni. Ne ricordo uno solo e anziano che, mentre transitavo davanti alla sua cella, salutai calorosamente; mi rispose che se gli fossi ripassato ancora davanti una sola volta al giorno, anche senza dirgli niente, quel giorno per lui “sarebbe stato diverso”. E questo io non l’ho più dimenticato. Nelle celle vedono soltanto gli agenti: il fatto, perciò, di vedere una persona gioiosa, diversa, che li saluta, per loro significa ricevere stima.

Mi domandano spesso “Cosa dicono là fuori?”, “Cosa pensa Dio di me?”. Mi piace inoltre portare loro dei giornali costruttivi. In una di queste occasioni, nel 2005, passando davanti ad una cella, cinque o sei di loro, giovani, mi dissero, “Padre, qui siamo tutti atei, se ne vada pure, buongiorno!”. E io, subito: “Ah sì, se siete atei è per questo che son venuto!”… nacque un dialogo bellissimo. Battute così sono davvero interessanti se c’è la prontezza di coglierle.

Cerco di interloquire anche con i musulmani, che attualmente sono l’80% dei reclusi: la popolazione carceraria è cambiata tantissimo rispetto a vent’anni fa. Con alcuni di loro, preparati e calmi, traccio anche un piccolo abbozzo della fede cristiana.

È ampiamente diffusa una mentalità di rifiuto verso i carcerati: come si può suscitare sensibilità verso di loro?

Se mi chiedono di andare a parlare del carcere, lo faccio sempre molto volentieri; quest’anno ho avuto tanti incontri, dalle scuole medie (bellissimi incontri!) al pubblico adulto. E in base a chi ho davanti cerco di modulare il mio intervento, facendo riflettere soprattutto sul senso della giustizia, partendo dal vangelo. Gesù in croce è in mezzo a due criminali: perché l’innocente paga? Perché anche lui è in mezzo a loro? Perché l’abbiamo condannato? E allora la giustizia dov’è? Ed è questo che dobbiamo aiutare a comprendere.