Don Andrea Panero, un prete rivoluzionario

Il ricordo nelle parole degli ex allievi dell'Ospizio di Carità, poi Centro addestramento

Panero Andrea Canonico Busto Al Cap02
Il busto di Panero nella nuova sede del Cap a lui intitolata

È mancato sessant’anni fa don Panero, rettore dell’Ospizio di Carità fossanese che accolse per decenni i bambini lasciati soli negli anni duri, a cavallo della Seconda guerra mondiale fino agli anni Sessanta. Sono loro, oggi ultra ottantenni, ridotti forse a una decina, ma tenaci nella loro riconoscenza e decisi a non lasciare spegnersi la fiamma del ricordo, ad avermi stupita poi convinta che dietro a questa inesauribile volontà di memoria, ci fosse una figura di non comune spessore. Ascoltare le loro testimonianze vivide, potenti, ora drammatiche ora divertite, immergermi nei loro racconti scritti dopo la sua scomparsa, è stata una lezione di storia e di vita. Di storia perché seguire il percorso di don Panero insegnante presso l’Ospizio dal 1928 poi rettore dal 1945 e ad un tempo direttore de La Fedeltà per 20 anni, significa seguire la storia della società fossanese negli anni cruciali a cavallo della guerra e nelle trasformazioni del dopoguerra, cioè il passaggio alla modernità di una cittadina ancora prigioniera della rigidità dei tempi, passata dal fascismo alla nascente democrazia con tutti gli sconvolgimenti del caso. Una lezione di vita anche, perché ciò che don Panero assicurò ai bambini più fragili e bisognosi, non furono solo il pane e le necessità di base garantiti da ogni servizio sociale degno di questo nome, ma fu ciò che muove ancora oggi i suoi ex-allievi all’infinita riconoscenza: aver fatto di loro uomini e donne sicuri di aver diritto anche loro alla dignità umana.

Questa è la differenza. Don Panero non è ricordato per avere semplicemente provveduto ai bisogni materiali e morali dei bambini affidati all’Ospizio, è ricordato per aver esteso il concetto di carità alla dignità della persona e dato loro la speranza. Quel motto, “Charitas urget nos”, iscritto sull’arco d’entrata del vecchio collegio, cozzava con l’asprezza dei tempi e con la durezza di chi si limitava a lenire i crudi effetti della miseria senza riuscire a andare oltre la beneficenza con la forza di amore vivificatrice dell’apostolo Paolo, l’amore con cui il Rettore Panero fece sentire degno di rispetto ognuno dei suoi ragazzi. Questo è il denominatore comune che unisce tutte le testimonianze ricevute, dalla più semplice che ricorda la fiducia data strizzando l’occhio dopo l’errore e il castigo, alla più riflessiva che, citando la scrittrice A.M. Ortese, indica come priorità per ogni bambino, tanto più se indifeso, “la certezza che la loro vita, e quella di tutti, sia cosa sacra, impareggiabile. È questo che serve per crescere”.
Ovviamente, ogni testimonianza, essendo la narrazione di un’esperienza personale, va intesa come racconto soggettivo, anzi, ancora intriso di emozione carica di paura, di oppressione o - raramente - di una gioiosa spensieratezza, ma ciò che colpisce maggiormente è la convergenza di tutte le narrazioni che giungono a disegnare una figura affascinante che ha segnato l’animo di ognuno e ha indotto la struttura in cui operava a fare un salto nella modernità insieme alla società in cui evolveva. Così, gli ex allievi tracciano di don Panero un ritratto forte, quello di un maestro di vita, sobrio e umano che fu uomo del suo tempo ma anche rivoluzionario, straordinario educatore ma anche buontempone e ironico. Lasciamoli parlare.

Chi è entrato nell’Ospizio prima del 1945 non ha dubbi: don Panero, nuovamente nominato dal Comitato Cittadino di Liberazione, fu un prete rivoluzionario che volle distinguersi in modo deciso dalle personalità elitarie che gestivano l’istituto prima del suo arrivo. Mario Abrate (mab) ricorda (La Piazzagrande 27 marzo 1998) che già dimissionò dal suo incarico di Rettore nel 1936, spinto dalle sue convinzioni civili e culturali rivolte alla ricerca del nuovo, “perché la vita non fosse una catena per i giovani messi ai margini dalle vicissitudini della vecchia società arrogante ed elitaria” e Michele Brondino lo conferma: “Con don Panero, la svolta fu radicale!... Compreso del suo ideale di formare uomini e cittadini ispirati ai valori della civiltà cristiana, si adoperò con tutte le sue forze e capacità alla riuscita dei ragazzi che aveva in cura. Incontrò ostacoli e incomprensioni sia negli ambienti religiosi sia in quelli laici, ma non si arrese mai…. Senza clamori, avviò una pacifica rivoluzione dell’intera gestione dell’istituzione: dalle strutture logistiche al personale educativo, dalle esigenze materiali (cibo, abbigliamento, salute, ecc) a quelle dello spirito (iniziazione alla lettura, al cinema, al teatro, alle visite d’istruzione), dall’istruzione di base all’educazione al lavoro e allo studio sia all’interno della comunità sia all’esterno rivolgendosi a istituzioni più significative” (Fossano in mostra, n.4 dic. 98).
Ciò significò libertà: via le divise che segnavano la condizione di “Pöver cit”, via le interminabili esercitazioni a passo cadenzato nel cortile quadrato del collegio che sembrava una prigione, via molte ridondanze nella pratica religiosa riportata ai valori essenziali, via l’isolamento con la pratica delle porte aperte e la fiducia data a ciascuno nel gestire con responsabilità la propria presenza all’interno dell’istituto.

Certo, in lui vigilava l’educatore responsabile della libertà che era convinto di dover dare ai suoi ragazzi ma che era difficile da gestire in tempi di rapida trasformazione della società. Sotto alcuni aspetti, rimase uomo del suo tempo e alla “pedagogia giocosa” abbinò le paure degli anni della transizione. I suoi ex-allievi ridono evocando il suo terrore del comunismo e i suoi timori quando si trattava di seguirli nei loro rapporti con l’altro sesso: ci ha sposati quasi tutti - dice Cesare Arese - non vedeva l’ora di vederci inseriti nel quadro della famiglia.

La sua grande intuizione fu quella dell’educatore. Dell’educatore moderno convinto che sapere e saper fare sono le chiavi della libertà. Perciò volle che i ragazzi si sentissero inseriti nella città come qualificati cittadini in ogni arte e mestiere coinvolgendo la locale imprenditoria ed intellettualità affinché nascesse una dinamica e un’apertura con il territorio e con le trasformazioni della società italiana ormai avviata verso la società industriale e mettendo le basi affinché da “Ospizio di Carità” si passasse finalmente all’appellativo di “Centro di Addestramento Professionale”. Ciò avvenne soltanto nel 1961 perché “cozzò contro granitiche resistenze”, ma, scriveva ancora Mario Abrate nel 1998 in occasione dell’intitolazione della nuova sede del Cap al don Andrea Panero, “se potesse vedere oggi, il complesso del nuovo Istituto che gli viene dedicato, riaprirebbe il cuore per manifestare gioia incontenibile per la realizzazione di un’opera che aveva cominciato a carezzare mezzo secolo fa incontrando totale scetticismo”.

Un’intuizione, quella della formazione come libertà, che fa di don Panero un educatore antesignano dei tempi moderni, preoccupato di dare ai giovani le chiavi dell’autonomia. Così lo descrivono Francesco Chiapello e Pino Fracassi: “Uno dopo l’altro, per merito del canonico Panero, siamo stati avviati al lavoro e allo studio. Ottenne dall’Amministrazione il 50% di paga per noi che lavoravamo, dandoci la possibilità di mettere da parte qualcosa per l’uscita” (La Fedeltà, 25.03.1998) e a chi non lavorava ancora perché proseguiva gli studi dava un incarico interno all’Istituto per assistere i più giovani nello studio. Insomma aveva creato gli antenati della formula scuola/lavoro, del dopo-scuola e della borsa di studio!

Ma tutto questo non sarebbe comunque sufficiente per rendere conto dello spessore eccezionale del pedagogo che fu, se non venisse completato da un’altra intuizione, quella dell’anima: la convinzione cioè che il dialogo costante, con cuore aperto e generoso, era la conditio sine qua non per entrare in sintonia con ognuno dei suoi ragazzi, per dare loro la sicurezza dell’affetto, la fiducia di chi li segue e li capisce, la severità di chi li guida ma è sempre pronto a credere in loro, la pazienza di chi sa ascoltare con amore filiale. L’intuizione dell’amore verso l’altro, del volere il bene dell’altro è proprio l’altra faccia della Charitas a cui facevamo riferimento in apertura: l’amore che va oltre la beneficenza e spinge ad un sentimento di gratitudine che va oltre il semplice ringraziamento.
Come si spiegherebbe allora, dopo sessant’anni, il bisogno di alimentare la fiamma dell’amore che lega ancora i ragazzi di don Panero a questa figura di maestro e di padre? Come si spiegherebbe la carica di riconoscenza che spinge uno di loro - Cesare Arese - a correre da uno dei migliori scultori di Torino, Giuliano Romano, con la fotografia di don Panero, per fare erigere un busto di bronzo che possa materializzare per sempre il ricordo della sua figura, dare una forma perenne all’affetto e alla stima che li ha legati? Un busto in dimensione naturale che è stato donato alla nuova sede del Cap il 28 marzo 1998 quando a lui venne intitolato il centro.

Un’opera di grande valore, non soltanto simbolico, sottolinea il critico Carlo Morra su La Fedeltà (13.01.1988) per la fama e la bravura dell’artista che già aveva al suo attivo, per rimanere in zona, varie opere di pregio quale la bellissima “Testa di donna” rimasta in città o i busti di Carlo Levi e Pininfarina. Ci commuove questo mirare in alto, questo mirare al meglio per esprimere quanto è stata grande la figura di don Panero.
Concludiamo con le parole di Michele Brondino che torna a citare A.M. Ortese nell’intento di tradurre il messaggio di umanità e di speranza lasciato dal loro maestro di vita: uomo di fede e di libertà, don Panero seppe rimanere nell’animo ‘il fanciullo evangelico’ che cercò di dare ad ogni bambino e ragazzo “cosa aspettava, a buon diritto, dalla vita: indicazioni, aiuto, serenità, bontà, il senso delle finestre che si aprono su un’alba di maggio”.

Yvonne Fracassetti Brondino

Il suo ruolo di direttore del nostro settimanale
su La Fedeltà del 28 gennaio 2026 

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