Viviamo un periodo storico caratterizzato da una grande confusione. Una confusione che spesso ci impedisce di mettere a fuoco aspetti fondamentali del nostro vivere quotidiano. Tra questi, uno che conosco molto bene perché lo vivo in prima persona: la disabilità.
Oggi la disabilità viene definita in molti modi diversi. Forse proprio per questo si è perso il senso più semplice e concreto di ciò che realmente è. La disabilità è una privazione.
Io sono disabile perché mi manca qualcosa di vitale. Nel mio caso non ho il corretto uso delle gambe, quindi non cammino. Non ho il corretto uso delle mani, quindi non mi taglio una pizza. Non ho movimenti coordinati dei quattro arti, quindi non guido. È tutto qui. È davvero così complicato da capire?
Queste condizioni non le ho scelte. Non le ho cercate. Sono arrivate e basta. Nessuno mi ha chiesto se le volessi o meno. Accettarle o rifiutarle è un fatto personale, soggettivo, che riguarda solo me. La realtà, però, resta immutata: la disabilità non guarda in faccia nessuno. Non le importa se vivi a Fossano o a Cuneo, se sei giovane o anziano, se hai una famiglia o sei solo, se sei ricco o povero, se possiedi una casa o vivi in affitto. Arriva. Punto.
Da qui nasce un altro problema, forse ancora più grande: la confusione delle istituzioni.
Se una persona è disabile, spesso le manca la possibilità di fare cose fondamentali come andare a scuola, lavorare, prendere un autobus. Essendo una persona, però, ha bisogno di vivere nel miglior modo possibile. Non si tratta di capricci, ma di necessità.
Quando mi rivolgo alle istituzioni per spiegare un bisogno, lo faccio in modo semplice. Ma la risposta che ricevo è quasi sempre la stessa: moduli da compilare, uffici da visitare, parametri da rispettare che spesso non hanno nulla a che fare con il mio problema reale. E solo dopo, forse, qualcuno valuterà.
Così accade che chi dovrebbe difendere i più deboli non solo non ascolta, ma finisce per complicare ulteriormente la vita. Alla fine la risposta è sempre amara: “La legge non ce lo permette”.
E allora mi ritrovo, sì, un disabile confuso.
Confuso non per la mia condizione, ma per una domanda semplice a cui nessuno sembra saper rispondere: qual è davvero il compito delle istituzioni?
Gian Paolo Sandri



























