La vocazione di medico è indissolubilmente legata alla sua storia di famiglia. Figlio d’arte (il padre è il cardiologo e scrittore fossanese Pier Luigi Mina), Davide Mina, responsabile del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Savigliano è entrato - come si dice - in quiescenza il 31 dicembre 2025: ovvero è andato in pensione.
“Continuo però ad esercitare la professione - dichiara con sereno entusiasmo - come medico privato. Una scelta che mi permette di coniugare il lavoro con un po’ più di tempo libero da dedicare ai miei genitori, ai figli, a mia moglie, alla musica e al nuoto”.
Prima di ripercorrere le tappe della sua carriera, chiedo quali sono stati i moventi che lo hanno spinto a specializzarsi in psichiatria. “Sono ricordi che risalgono alla mia infanzia - racconta -. Mio padre è stato per vent’anni consulente internista nella struttura psichiatrica di Racconigi. Mia madre e io lo accompagnavamo spesso e lo aspettavamo passeggiando nel grande parco che, specialmente nella bella stagione, era frequentato da tanti pazienti; familiarizzai con alcuni di loro. Molti si trovavano lì da quasi tutta la vita. Poi, durante gli studi universitari, ho scoperto figure significative della psichiatria come Karl Jaspers e Eugène Minkowski, ho letto ‘L’io diviso’ di Ronald Laing e ne sono stato profondamente influenzato. Le nuove generazione di psichiatri oggi sono orientate maggiormente verso la scuola anglosassone. La mia formazione invece si basa sullo psicopatologia classica, ovvero sull’osservazione sistematica e sulla classificazione dei segni e dei sintomi psichici secondo le scuole tedesca e francese. La differenza? Sta nell’approccio al paziente: oggi si tende a puntare lo sguardo sui comportamenti dei soggetti: io invece sono per l’ascolto, solo così riesco ad entrare in contatto con il loro vissuto”.
Prima di aver compiuto 25 anni, si laurea nel 1986 in medicina e chirurgia all’Università degli studi di Torino con la tesi “La depressione nell’anziano”. Nei due anni successivi esercita la professione come medico delle Ferrovie, guardia medica e internista, poi ottiene una sostituzione di maternità di sette mesi presso il Centro di Salute Mentale di Fossano al quale fa seguito un’esperienza di quattro mesi presso il Cim di Dronero. Nel 1990 ottiene la specializzazione con la tesi “Aspetti psicosociali dell’etilismo” dopo un tirocinio nel centro Calme di Chabris (Francia).
Il primo giugno del 1990 vince un concorso come medico interno nel reparto psichiatrico di Mondovì, che lascia tre mesi dopo per assolvere il servizio di leva in Fanteria come “assistente di sanità” prima a Casale, poi a Torino e Cuneo. Dal 1991 al 2001 è dirigente medico psichiatra al Centro d’Igiene Mentale di Fossano e al Centro diurno di Cussanio. Nel 2002 approda all’Spdc (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) di Savigliano di cui diventa Responsabile dal 2014 fino al suo ultimo giorno di lavoro.
Il lungo impegno sul campo come ‘urgentista’ lo porta oggi a fare riflessioni ad ampio raggio: “Con la legge Basaglia, l’Italia è stata capofila, non solo in Europa, della psichiatria territoriale. Ma sarebbe stato opportuno attuarla gradualmente e permettere il fiorire di strutture adeguate per non rischiare di abbandonare i pazienti. L’internamento non era la causa delle loro patologie, ma peggiorava il loro stato di salute. Ne era per esempio consapevole anche Gustavo Gamna, figura di spicco della psichiatria torinese, per molti anni al vertice dell’Ospedale psichiatrico di Collegno (che all’epoca ospitava fino a tremila malati), il quale, a ragione, pur condividendo lo spirito della legge, si preoccupava del destino dei ricoverati, dei malati cronici, delle loro possibili ricollocazioni e di come sarebbero stati curati. Mentre nascevano i primi servizi territoriali, i centri diurni e le comunità terapeutiche, i malati venivano comunemente ricollocati nelle case di riposo o rientravano in famiglia con non pochi problemi di gestione”. E oggi?
“La situazione è sempre complessa - riprende Mina - anche se molto è cambiato da quei primi anni. Per esempio l’Spdc di Savigliano (16 posti letto) dovrebbe ospitare solo ricoveri per disturbi o psicosi in fase acuta. La mancanza di strutture alternative costringe invece a prolungare la degenza con il conseguente affollamento del reparto e una difficile gestione delle diverse patologie. Ricordo il periodo del Covid come uno dei più difficili che abbiamo affrontato per rispondere a tutte le misure di prevenzione e sicurezza previste dai protocolli”.
La riflessione si allarga anche alle nuove patologie: “In questi anni sono in aumento prese in carico e ricoveri di pazienti sempre più giovani, spesso minori, con disturbi di personalità borderline in fase acuta, sovente legati all’abuso di sostanze: i cosiddetti pazienti con doppia diagnosi (Sert-Cim). A Savigliano siamo riusciti a riservare loro una stanza: bisognerebbe investire di più sul personale, ripensare e ampliare gli spazi come stanno cercando di fare a Mondovì. Il rischio è di ridurre le strutture pubbliche a ‘contenitori sociali’ e non più a luoghi di cura. In Scandinavia esistono reparti specifici per il trattamento delle diverse patologie”.
Prima di salutarci mi confida: “Ho scelto di andare in pensione perché sento di aver dato tutto me stesso al servizio pubblico nella speranza di aver lasciato il reparto con un metodo di lavoro consolidato sotto la guida del primario Francesco Risso, amico di vecchia data che stimo e con il quale sono sempre stato in sintonia. Così come ripenso spesso al consiglio che una volta mi diede il dottor Sibilla, storico primario di reparto: ‘Metti a frutto la tua esperienza, finché te la senti’. Ho deciso di seguirlo e riprendere con i pazienti percorsi progettuali di cura, basati sulla fiducia e sull’ascolto, fino a quando… me la sentirò!”.

































