Sara Tomatis, la biotecnologa che combatte leucemia e polmonite

Da Sant’Albano ai laboratori di Spiez, nel cantone di Berna

Sara Tomatis Biotecnologa

Ci sono molti abitanti che, pur non abitando più fisicamente in paese, mantengono un legame che supera ogni confine. Sara Tomatis, classe 1995, è una di queste persone. Pur vivendo in Svizzera, e più precisamente a Spiez, nel cantone di Berna, è sempre molto legata a Sant’Albano. La storia che l’ha condotta a vivere col marito tra le rive del lago Thun da una parte e le montagne dall’altra ce la racconta lei stessa. Dopo il liceo classico a Cuneo “ho fatto biotecnologie, la triennale all’università di Pavia, e poi la magistrale a Torino in biotecnologie industriali”. In seguito “ho fatto un tirocinio a Siena, in un’industria farmaceutica, poi ho incominciato a lavorare a Settimo Torinese, nell’azienda in cui lavoravo prima di venire qui in Svizzera”.
Da circa tre anni, Sara vive a Spiez, cittadina turistica di dodicimila abitanti a quaranta minuti dalla capitale elvetica Berna. “Mi sono trasferita in Svizzera per raggiungere mio marito e per le opportunità offerte dalla Svizzera. In Italia avevo un lavoro che mi soddisfaceva e mi trovavo bene ma le motivazioni personali sono state più forti”. Ogni mattina, un treno la porta a Visp, dall’altra parte della montagna, nel cantone Vallese, dove lavora in un’azienda farmaceutica. Il suo campo è la fermentazione microbica, “da cellule di batteri si producono farmaci o vaccini, e poi c’è la purificazione di queste molecole. Io mi occupo di purificazione di biomolecole”. Nello specifico “il mio lavoro consiste nel supporto della produzione affinché la molecola venga prodotta secondo le istruzioni e di qualità per uso umano”. Succede, ad esempio “che io sia chiamata di notte perché magari c’è un problema sulla produzione ed io devo risolverlo, come esperto di processo. Conosco il procedimento e sono responsabile affinché venga eseguito correttamente”. Si tratta di “una funzione di supporto: se c’è un problema col prodotto, occorre risolverlo a livello scientifico e tecnico”, Un processo svolto in molti mesi, all’interno di un grande team, perché, come spiega “io sono una tessera del puzzle”, ma di grandi responsabilità e soddisfazioni, per l’importanza pratica sulla vita delle persone. Tra i progetti, ci spiega che attualmente sta “lavorando su una componente per un vaccino contro la polmonite, in fase di studio clinico e non ancora sul mercato”. Inoltre, “ho lavorato sulla produzione di un farmaco contro la leucemia, in commercio da più di dieci anni, destinato principalmente ai bambini. Il team in cui lavoro è stato invitato ad un evento in cui c’erano bambini americani guariti anche grazie al farmaco e ora diventati ragazzi. Sicuramente vedere l’impatto del proprio lavoro dà motivazione e rende contenti di poter contribuire alla cura. Spesso dalla produzione non ci si rende conto dell’impatto che il proprio lavoro può avere sulla vita degli altri”.
Anche la vita in Svizzera pone delle sfide e presenta degli aspetti interessanti. “Sicuramente è una vita differente. Adesso vivo in un paesino dove tra l’altro parlano il dialetto svizzero tedesco, che non comprendo. Dove lavoro parlano un dialetto, dove abito ne parlano un altro. Mi manca molto il mercato - aggiunge -, manca un po’ il ‘casino’... qui sono tutti molto silenziosi. Tutto è molto più standardizzato, però è anche molto pulito. Quello che a me ad esempio ha scioccato, è che la domenica sia tutto chiuso. La cultura è sicuramente differente, però è arricchente vedere da un’altra prospettiva come si vive. Chiaro che Spiez è un paesino, mentre Berna è molto più internazionale”. Un’altra sfida è stata la socialità: “Io ero abituata, in Italia, a conoscere i miei vicini di casa; qui all’inizio non li conoscevo, perché comunque non parlando la lingua era complicato, mentre adesso le cose sono cambiate. Quando le persone vedono che hai la buona volontà di cercare di imparare la lingua e ti sforzi, ti accolgono. E questo succede in Italia come ovunque”. La lingua è stata anch’essa uno scoglio, per quanto Sara parli il tedesco: “Ad esempio, i documenti che arrivano da Berna sono in tedesco, però, siccome l’italiano è anche una lingua ufficiale, volendo si può chiedere di averli in italiano. Negli ospedali, una cosa buffa che mi è capitata è stato di avere le istruzioni in italiano”. Addirittura, accade di sentire parole piemontesi (come ‘cariola’ o ‘bocia’) usate dai colleghi, vista la vicinanza del loro cantone con il Piemonte.
Il legame con l’Italia e con Sant’Albano, comunque, è rimasto molto forte, e non soltanto per il gran numero di italiani, sia frontalieri, che immigrati di prima o seconda generazione che vivono e lavorano nella zona. “Il fatto di vivere in Svizzera mi piace, ho un buon lavoro, ma io sono fortemente italiana”. Il che include leggere e vedere giornali e telegiornali italiani: “Quando torno a casa leggo anche La Fedeltà. A Sant’Albano torna spesso “una cosa che mi manca è la cucina piemontese, per me Sant’Albano è la famiglia. Mi informo sempre su quello che succede, leggo su Facebook, e poi soprattutto mi fa piacere quando torno e per strada le persone mi conoscono e mi salutano. Mi piace andare a fare due passi a Stura, per esempio. Insomma mi sento piemontese”, conclude, e ultimamente ha fatto conoscere Sant’Albano ben oltre i suoi confini: “Ho portato a Sant’Albano dai miei genitori una collega di Napoli, colleghe tedesche e polacche, ho fatto vedere loro il paese, abbiamo visitato le Langhe, e il Piemonte in generale”.

Simone Gregorio