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Quadro finanziario Ue 2021-2027: una strada in salita

EUROPA rubrica di Franco Chittolina

Parole chiave: unione europea (76), franco chittolina (28)
Europa

È partito il 2 maggio il lungo e accidentato cammino che dovrebbe portare l’Unione europea all’adozione del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 dal quale dipenderanno i futuri finanziamenti europei. Si tratta di un percorso complesso, destinato a concludersi entro la fine dell’anno prossimo, meglio se già fra un anno, prima delle elezioni del Parlamento europeo.
La procedura, iniziata con la presentazione della proposta della Commissione europea il 2 maggio, ne prevede l’esame da parte del Parlamento europeo e del Consiglio dei Ministri Ue: ai due co-legislatori toccherà la ricerca di un compromesso con una maggioranza in Parlamento e l’unanimità dei 27 Paesi Ue. Una condizione quest’ultima che dice quanto sarà impervia la strada da percorrere per arrivare a destinazione, in una fase politica di profonda divisione di posizioni tra i Paesi membri e con la prospettiva di procedere a un’Unione a più velocità.
Anche per questo il Quadro finanziario sarà un test sulla tenuta politica dell’Unione, che dovrà scrivere accanto a priorità dichiarate cifre condivise, traduzione coerente di dichiarazioni e proclami che si sprecano ma che spesso vengono disattesi quando si tratta di decidere politiche concrete.
Nello scorso esercizio 2014-2020 la dotazione finanziaria era di 1.087 miliardi di euro, con la seguente distribuzione: 39% politica agricola e pesca, 34% coesione economica e sociale, 13% competitività per crescita e lavoro, 6% Europa nel mondo, 6% amministrazione, 2% sicurezza e cittadinanza.
Nei sette anni che abbiamo alle spalle molte cose sono cambiate, dalle devastazioni della crisi economica all’esplosione dei fenomeni migratori, dall’impatto prevedibile dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue alle cadute di solidarietà in Paesi dell’est, dalla crescita delle diseguaglianze ai rischi per la democrazia, dalle minacce alla sicurezza dell’Europa ai rischi per la pace fino alle tentazioni protezionistiche e al loro impatto sul commercio mondiale e le istituzioni multilaterali. Tutte novità da affrontare nel futuro piano finanziario dell’Ue, rivedendone sia la dotazione che la distribuzione delle risorse.
La dotazione del bilancio Ue - appena l’1% della ricchezza europea - già insufficiente nel passato, presenta nuovi problemi per il futuro: verrà meno il contributo britannico e nuove politiche si impongono. La Commissione punta a rafforzare il bilancio aumentando di pochi decimali l’importo totale, magari ricorrendo a nuove risorse proprie - come proposto da Macron - e sperando nella maggiore disponibilità di alcuni Paesi, come potrebbe essere il caso della Germania e della Francia.
Tutto questo a condizione che la struttura del bilancio sia modificata, che vengano stabiliti vincoli di solidarietà tra i Paesi Ue, che vi sia un apporto finanziario da parte delle risorse nazionali ai programmi e che gli interventi dell’Ue siano accompagnati dalle riforme richieste in coerenza con i parametri europei: tra gli altri quelle del mercato del lavoro, per accedere al Fondo sociale europeo. E anche qui suona un campanello d’allarme per l’Italia.
Nuove priorità dovrebbero imporsi come nel caso del capitolo “Ricerca e innovazione” per il quale la Commissione propone un aumento del 40%, compensandolo con una riduzione del 6% dei due capitoli più sostanziosi su coesione ed agricoltura, con un impatto pesante sui fondi strutturali dai quali l’Italia ricavava in passato finanziamenti importanti. Qualche compensazione il nostro Paese potrebbe averla da maggiori dotazioni per il sostegno all’accoglienza dei migranti, mentre altri Paesi - in parte anche nostro - potrebbero averla dalla nuova priorità sull’avvio di una politica comune della sicurezza e della difesa, che ad oggi sembra tradursi prevalentemente con un sostegno alla politica industriale degli armamenti.
Sono tutti nodi difficili da sciogliere in un’Unione disunita come l’attuale, dove ciascuno bada solo ai propri interessi immediati, con poca o nessuna apertura alla solidarietà, come insegnano i comportamenti di Paesi come la Polonia e l’Ungheria o i rigoristi del nord capeggiati dall’Olanda. Non proprio un bello spettacolo per chi credeva nei valori fondativi europei.

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