Spazio Lettori

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Caro Don Luigi Bruno,
sono Giancarlo Mina, all'estero da 18 anni e mi considero un Fossanese nel mondo.

Ho letto attentamente l'articolo "Brasile: La vita ricomincia dalle radici" dell'ultimo numero de La Fedeltá.

In generale lo considero condivisibile all'interno del messaggio missionario, ma ho il dovere di puntualizzare fortemente il secondo paragrafo, erroneamente politicizzato, che mi ha generato un profondo fastidio.

Ecco... vivendo in Brasile da quasi venti anni ed accompagnando le difficoltá di un paese enorme con scandali di ogni tipo a scapito della popolazione, vorrei manifestare che non mi sembra correto chiudere un paragrafo con "Il sogno del Brasile DOVEVA finire ed é finito nel 2016 attraverso la corruzione" senza dire che chi ha praticato ed istituzionalizzato la corruzione, é stato il movimento politico comandato da chi "non si dimenticava del suo passato di povero".

Nessuno desiderava che finisse il periodo di crescita... dalla classe piú povera che riceve il sostegno pubblico "Bolsa Família" fino alle multinazionali, che hanno lasciato il paese a centinaia negli ultimi 12 mesi.
Il fatto é che questa crescita é stata realizzata artificialmente, senza un minimo di coscienza economica e di gestione dove sono stati deviati miliardi di Euro da qualsiasi apparato o opera pubblica che si prestasse al caso.

La corruzione non l'hanno messa in moto di punto in bianco chissá quali organizzazioni occulte, ma sí le PERSONE di mal carattere, di qualsiasi inflessione politica, che tutto hanno avuto a che fare meno che con la DECENZA di svolgere la funzione PUBBLICA alla quale sono stati chiamati dal popolo. Lo stesso che alla fine soffre, in maggior o minor misura, delle conseguenze relative agli atti di questi soggetti SCELLERATI, EGOISTI e IPOCRITI.

Quindi... o non si parla di politica, o se ne parla in una maniera imparziale il piú possibile corretta.

L'ultima volta che ho sentito parlare al riguardo de "il fine giustifica i mezzi" é stato a fine anni ottanta o inizio novanta quando, in un evento organizzato nel Castello degli Acaja, due ex-brigatisti ne avevano fatto pubblica ammenda.
I signori che hanno comandato le ultime due legislature in Brasile, erano in prima linea negli anni 70 (lotta armata) e cercano di esserlo ancora adesso sempre utilizzando il motto sopra, a scapito di qualsiasi conseguenza sociale.
É stato un tentativo di stabilire un sistema di potere "senza data di scadenza", tra l'altro responsabile di vari tentativi di "liberalizzazione" non propriamente in linea con il credo Cristiano (droghe leggere, aborto, matrimoni gay, manifestazioni artistiche scandalose ecc...).

Tornando all'articolo, penso che sia possibile informare senza sostenere questioni politiche (che vengano a taglio o no) e mi dispiace prendere atto che il fatto di esplicitare "l'ingiustizia sociale" senza mettere sul piatto della bilancia le reali cause di questa disfatta, puó avere origine solo da due situazioni:
1) Una "ignoranza in materia" che non ha saputo analizzare i fatti occorsi nelle ultime due legislature a stampo SocialComunista, le uniche responsabili per il tracollo di chi diceva di "non dimenticarsi il suo passato da povero" ma avendo di fatto estremizzato "l'istituzionalizzazione delle tangenti" a scopo di manutenzione di un piano politico a scapito dello stesso popolo, quando storicamente ne aveva fatto l'obiezione come bandiera di propaganda elettorale
2) La mancanza di "onestá intellettuale" nei confronti del lettore, affinché possa rimanere piú suscettibile allo scopo finale dell'articolo e ancor di piú orientato a contribuire economicamente quando, contro le oggettive difficoltá dell'azione missionaria con popolazoni in difficoltá estrema, si "aggiungono" le avversitá di un SISTEMA OPPRESSORE IMPERIALISTA, CONTROLLATORE DI MEZZI DI COMUNICAZIONE.. (come se l'Italia ne fosse esente)

Per il primo caso, riassumo velocemente la storia politica recente del Brasile:
- C'é in corso la maggiore operazione giudiziaria anti-corruzione della storia del paese che, dopo tre anni, continua a sfornare situazioni scandalose occorse negli ultimi 30 anni
- L'operaio povero (ex presidente LULA) é stato arrestrato dopo un giudizio di secondo grado, appena per il primo dei 9 processi al quale é imputato
- 3/4 dei senatori e 5/8 de deputati federali in carico hanno un processo aperto per coinvolgimento in atti di corruzione diretta od indiretta al Supremo Tribunale Federale (in quanto soggetti ad immunitá parlamentare)
ossia non c'é in atto nessun piano architettato da chissá quali GRUPPI ECONOMICI... semplicemente sta venendo a galla un sistema marcio, che ha avuto come conseguenza principale una oggettiva instabilitá politico sociale sfociata nel blocco dell'economia, responsabile principale della situazione descritta nella prima parte del terzo paragrafo.

Per il secondo caso mi sarebbe piaciuto leggere per esempio che:
"sono sempre piú necessari aiuti dall'estero perché il sistema politico promesso in aiuto dei piú bisognosi da un operaio che non si dimenticava del suo passato di povero, é fracassato davanti a scandali monumentali di corruzione promossi dal sistema da lui stesso instaurato... "
Ecco, forse avrebbe potuto essere un messaggio piú effettivo, oltre che intellettualmente corretto.

Vogliamo aiutare realmente le persone bisognose in Brasile?
Appoggiamo quello che é l'unico movimento capace di generare una svolta epocale nella cultura di GIUSTIZIA, con il quale le persone possano venire ad incorporare l'ONESTÁ come precetto di vita, non come eccezione (Operazione LavaJato... il nostro Mani Pulite dell'epoca)
Ricevere il Bolsa Família, "pesce pronto" pescato in chissá quale modo, é molto comodo ma purtroppo errato alla base e questo é stato l'unico "benessere" generato ai milioni di bisognosi, in cambio (occulto) dell'appoggio alla manutenzione del sistema... che ovviamente non é sostenibile a medio/lungo termine.

Da noi si dice "pobre nao incomoda mas vota" (il povero non da fastidio peró vota)... se non aiutiamo i poveri ad avere una "coscienza" ed iniziare a dare fastidio, ecco che avremo compiuto fino alla fine il piano di coloro che i poveri li sfruttano ed il secondo paragrafo del suo articolo nulla aiuta a tal riguardo.

Lo so che l'azione missionaria é difficile, anzi molto difficile specialmente in paese ingiusto come il Brasile; personalmente cerco di appoggiarla costantemente attraverso la mia parrocchia a Curitiba, e proprio per questo ho deciso di scrivere, sperando che sia recepita come una critica costruttiva e che, in qualche modo, venga ad essere utile.

Non faccio questione che questa esternazione venga pubblicata e risposta in pubblico; fate voi, a vostra discrezione.

Saluti,

P.S.
Tra centinaia di altre indecenze che potrei citare, l'operaio povero (presidente LULA)
- non é mai stato operaio (nel senso che non ha mai lavorato siccome é nato sindacalista) e nemmeno povero... la povertá vera la ben conoscete dalle realtá che incontrate tutti i giorni nelle missioni.
- é stato il principale responsabile per il mancato rientro del nostro carissimo connazionale Cesare Battisti, siccome prossimo alle posizioni estremiste che bene hanno caratterizzato 14 degli ultimi 16 anni di linea di governo.

Un progetto finanziato da Dmitry Itskov, trentaduenne multimilionario russo: l'obiettivo è la creazione di un "avatar", una sorta di "doppione robotico" nel quale trasferire la propria mente.

Da sempre l’uomo percepisce la morte fisica come un accadimento estraneo e ostile al proprio essere, e da sempre tenta di combatterla e sconfiggerla. Evidentemente, ancora senza successo. Ma a quanto pare, tanti non demordono dall’ardua impresa e, in alleanza con alcuni uomini di scienza (vera o presunta), continuano fiduciosi nella ricerca del “tallone d’Achille” della morte, per colpirla e batterla al momento opportuno. Dunque, lancia in resta e avanti tutta, alla ricerca dell’immortalità. Nel frattempo, in attesa di conquistare “la morte della morte”, conviene provare ad allontanarla il più possibile o magari “camuffarla” con strani artifici per renderla quasi irriconoscibile alla nostra percezione.

Certo, si può ben immaginare che la ricerca scientifica più avanzata e ipertecnologica sia molto costosa, richiedendo finanziamenti cospicui che invece scarseggiano, soprattutto in tempi di ristrettezze economiche. E allora che si fa? Niente paura, si fanno avanti i ricchi. È il caso, ad esempio, di un imprenditore russo, al secolo Dmitry Itskov, co-fondatore della New Media Stars, una “media company” russa. Stiamo parlando di un trentaduenne plurimilionario, ormai così in alto nella scala del successo e così influente da potersi permettere di investire montagne di denaro in progetti “improbabili”, coinvolgendo oltretutto altri ricchissimi finanziatori. Visto il suo tenore di vita, si può ben comprendere il desiderio del magnate russo di prolungare il più possibile la sua esistenza, anzi di raggiungere l’immortalità. E non un’immortalità qualunque, bensì una “immortalità cibernetica”! E non manca nemmeno tanto tempo al raggiungimento dell’ambizioso obiettivo, accuratamente programmato per il 2045. Di che si tratta? Già nel 2011 Dmitry Itskov lancia il suo progetto, a dire il vero un po’ folle, allora denominato “Russia 2045”. L’iniziativa riscuote presto un enorme successo e, dopo aver iniziato col supporto di soli ingegneri e scienziati russi, finisce per conquistare l’appoggio di molti futurologi e transumanisti, tra i quali Ray Kurzweil, Peter Diamandis e Natasha Vita-More. Nel luglio 2013, viene ufficialmente presentata a New York la “2045 initiative”, in una due-giorni cui partecipano anche rappresentanti di movimenti religiosi. L’obiettivo finale del progetto di Itskov è la creazione di un “avatar”, una sorta di “doppione robotico” nel quale trasferire la propria mente. Il principio su cui si fonda l’intero progetto, quindi, è il “mind uploading”, ossia la possibilità di “copiare” la propria mente e la propria personalità su un supporto digitale.

Siamo di fronte per la prima volta ad un progetto di stampo transumanista altamente organizzato. Ecco le tappe intermedie già previste da Itskov: 2015, costruzione dei primi “avatar”; 2020, perfezionamento dei “cyborg” privi di sistema nervoso centrale, che avranno il nostro aspetto e che potremo comandare a distanza; 2025, isolamento ed estrazione dal corpo del solo cervello insieme a un po’ di spina dorsale, da trapiantare in un supporto vitale artificiale (sempre un “cyborg” dalle fattezze umane), nel quale potrebbe continuare a funzionare ben oltre la normale aspettativa di vita dell’individuo biologico; 2030-35, abbandono di ogni residuo biologico e creazione di una replica digitale del proprio cervello da caricare su un computer; 2045, eliminazione di qualsivoglia tipo di fisicità, consentendo all’individuo di sopravvivere unicamente nella dimensione digitale e di manifestarsi all’occorrenza attraverso un ologramma che raffiguri le sue fattezze biologiche ormai scomparse.

Ecco servita l’immortalità cibernetica: un mondo di surrogati umani controllati a distanza, “cyborg” con cervelli umani, cervelli digitali ed eterni, malattie curate attraverso la riprogrammazione di cellule e la stampa 3D organica. Oltretutto, un’immortalità tanto costosa che solo pochissimi (straricchi appunto) potrebbero permettersela. Vuoi vedere che, fatalmente, ancora una volta i poveri si dovranno accontentare di sopportare la normalissima morte biologica, mentre i super-ricchi potranno essere trasformati in individui immortali digitali? Ironia a parte, la realizzazione di una prospettiva del genere, teoricamente futuribile, avrebbe dell’inquietante. Costretti a ridurre la nostra umanità sensibile quasi all’evanescenza, con un corpo digitalizzato e proiettato fuori di noi stessi; liberi da problemi di salute o fisici, ma non per questo più liberi dalla sofferenza morale conseguente ai mali che ogni giorno scegliamo nelle azioni e nelle relazioni interpersonali. Senza contare che, non morendo, nel tempo ci sarebbero inevitabilmente seri problemi di sovrappopolamento del pianeta. L’elenco delle conseguenze nefaste potrebbe andare avanti. Ma è davvero così desiderabile essere fisicamente immortali? Non basterebbe impegnarsi a migliorare la qualità della nostra vita, lottando contro le malattie e custodendo con più cura l’ambiente in cui viviamo, accettando serenamente i limiti della biologia? E se proprio aneliamo alla vita eterna, quella vera, non basterebbe forse solo “alzare” un po’ lo sguardo per trovarla, rimanendo pienamente umani?

di Maurizio Calipari

Fonte: Sir

Una donna ottiene la licenza di terza media a 99 anni

Mentre gli esami di maturità stanno entrando nella fase più delicata, quelli di terza media sono ormai ultimati un po’ ovunque. E anche questa è una tappa non da poco. Se è vero, infatti, che l’esame di Stato al termine della scuola secondaria porta con sé un significato simbolico forte per chi lo attraversa, sottolineato dal termine stesso - “maturità” - che lo definisce, è vero anche che per i ragazzini di 13/14 anni il passaggio dalle medie alle superiori, o comunque la conclusione di un ciclo di studi che s’intreccia fortemente con un’età di trasformazioni profonde - come l’avvio dell’adolescenza - diventa un momento avvertito come decisivo. Ci si apre a un mondo nuovo, si sottolinea la ricerca/conquista di autonomia, ci si misura con il riconoscimento di sé e delle proprie capacità. Insomma, anche l’esame di terza media - e in generale la conclusione di un iter e il passaggio verso nuovi orizzonti - va a strutturare quella dinamica di costruzione del nuovo sé così tipica dell’età adolescenziale.

Meno importanza, probabilmente, a questo livello, ha il titolo di studio, la “licenza media”, che in passato, tuttavia, era una meta ambita e un riconoscimento di valore. Per molti era un traguardo, soprattutto in tempi di scolarizzazione non così diffusa come oggi. Una conquista, anche sociale, cosa che oggi si è quasi del tutto perduta e che si basava anche sulla valorizzazione della cultura, in un mondo che imparava ad apprezzare.

Questi pensieri vengono raccogliendo la notizia della “nonnina” di Nuoro che quest’anno, alla veneranda età di 99 anni ha superato proprio l’esame di terza media, conquistando “la licenza”. Quando la presidente della commissione d’esame ha annunciato a Francesca Careddu - nata a Nuoro il 16 gennaio 1915 - che aveva superato l’esame, realizzando il sogno di una vita - annotano le cronache - la nonnina si è messa a piangere per l’emozione e poi ha baciato davanti a tutti l’attestato. C’erano tanti ragazzini, suoi “compagni” d’esame, ma anche tutti i suoi parenti, figli e nipoti, ad accompagnarla in un passo atteso e desiderato da sempre.

E infatti nonna Francesca ha poi spiegato di aver sempre avuto “il cruccio di non aver fatto nemmeno la terza media”, travolta dalle necessità della vita. “Da piccola - ha raccontato, disegnando uno scenario che ai suoi tempi non era certo insolito - mi portavano in campagna a raccogliere le olive. C’erano tante cose da fare in famiglia e i miei genitori mi hanno ritirato da scuola perché mia mamma si è ammalata di bronchite asmatica”. Il lavoro, le necessità di famiglia… la scuola, per una bambina non era così “automatica”. “Poi mi sono sposata e ho avuto otto figli: alcuni sono laureati, tutti i nipoti si sono laureati. Purtroppo ho perso mio marito prematuramente e ho avuto molto da fare”.

Tra il molto da fare, però, si è insinuato il desiderio di non fermarsi, di raggiungere quel traguardo desiderato fin da bambina. Fino all’esame superato adesso, a 95 anni. “Se l’ho superato io - ha detto nonna Francesca ai ragazzini esaminati con lei, incoraggiandoli - voi lo passerete al volo. Non abbiate paura”. E probabilmente a quei ragazzi - e a tutti - l’incoraggiamento di questa donna è arrivato forte e chiaro: vale la pena la scuola, vale la pena di impegnarsi, vale la pena di cercare il risultato, pur con tutte le fatiche che si porta e si è portato dietro. Con l’entusiasmo che non è prerogativa dell’età anagrafica, ma caratteristica di una mente aperta e appassionata della vita.

di Alberto Campoleoni (dal Sir)

C’è un diritto di dimenticare ed essere dimenticati, di cancellare quello che si è stati e avere la possibilità di costruire una nuova identità (pubblica e privata) anche nella Rete virtuale che ci rende sempre più cittadini del mondo? Ebbene sì, basta un clic e la pratica è archiviata. O almeno così sembra. In meno di una giornata, dal momento in cui Google ha aperto la possibilità per i cittadini europei di poter inviare con un modulo su Internet la richiesta di rimuovere link inadeguati a loro riferiti, sono oltre 12mila le richieste arrivate al più diffuso motore di ricerca. La decisione del colosso di Mountain View è giunta due settimane dopo la sentenza della Corte europea che ha stabilito per i cittadini europei il diritto di chiedere ai motori di ricerca di eliminare dalle loro pagine dei risultati i link verso cose che li riguardano, nel caso in lui li ritengano “inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessivi in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati”.

Si apre così una pagina nuova sul tema della privacy in Rete. Ma i punti critici non sono pochi. Il primo riguarda la collocazione “fisica” dei contenuti. La Corte europea, infatti, stabilisce che possano essere rimossi i collegamenti verso informazioni “non più rilevanti” ma che i contenuti non debbano essere cancellati. È come se da un navigatore satellitare, sempre più presente nelle automobili degli italiani, vengano eliminati i nomi di alcune strade. Arrivare all’indirizzo che si desidera sarà difficile, talvolta assai più lungo e dispendioso. Ma il civico è sempre lì, basta trovarlo.

C’è poi una questione relativa alla discrezionalità di Google, che avrà il compito di esaminare ogni richiesta per bilanciare il diritto alla privacy con quello all'informazione. Perché il tema di fondo resta: fino a quale confine ci si può spingere per tutelare lo spazio privato? È lecito, ad esempio, chiedere la cancellazione di informazioni inerenti gravi precedenti penali, frodi compiute ai danni della collettività o cattive condotte nella gestione degli affari pubblici? E chi controllerà il controllore, che avrà agio di sancire cosa potrà essere rimosso e cosa no?

I dubbi restano ma il principio di garanzia alla privatezza che si vuole tutelare è certamente apprezzabile, soprattutto pensando ai tanti giovani che possono aver compiuto errori dovuti all’età di cui non devono pagare il conto per tutta la vita. In fondo, come scriveva Nietzsche, “la serenità, la buona coscienza, la lieta azione, la fiducia nel futuro dipendono dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto”.

dal Sir

Sono frequenti, purtroppo, i casi dei genitori che difendono a tutti costi i figli rimproverati a scuola (giustamente) dagli insegnanti, passando, addirittura, all’attacco per difendere il diritto del ragazzo ad un comportamento libero e fuori dalle regole.

Un episodio del genere, uno dei tanti, che evidenzia anche la difficoltà in cui vengono a trovarsi spesso gli insegnanti, è accaduto nei giorni scorsi in una scuola secondaria di I grado di Forlì, dove un giovane alunno era stato sorpreso dal professore mentre guardava foto hard sul cellulare. L'insegnante aveva sequestrato il telefonino, informando il ragazzo che a ritirarlo doveva venire un genitore. A scuola il giorno dopo si è presentata la madre dell'alunno, accompagnata da un avvocato, accusato però il professore di furto.

L’incredibile episodio è stato riportato su Facebook il sindaco di Forlì, Roberto Balzani. Secondo il racconto del primo cittadino, la madre avrebbe anche difeso il figlio sostenendo che le foto incriminate non erano poi così hard, dato che la donna immortalata "aveva anche il perizoma". "Siamo a questo punto – ha commentato il sindaco della città romagnola - la giuridificazione dei rapporti sociali sta raggiungendo il suo apice. L'apice del grottesco. Genitori che non accettano le punizioni inflitte ai figli forse perché non le hanno mai ricevute o forse perché non sanno leggere la realtà”. Balzani ha parole dure anche nei confronti degli avvocati e spende una parola di solidarietà verso la scuola. “Così, nella virtualità più assoluta – prosegue il sindaco – si consumano le nostre vite. Con i dirigenti scolastici assediati dagli avvocati (senza scrupoli), le insegnanti che si disperano, gli studenti che cercano di approfittare della falsa protezione dei genitori... Si, bisogna atterrare sul pianeta scuola. La nostra base è aggredita da un virus devastante".

(dal sito www.tuttoscuola.com)

Suggerisco alla riflessione dei lettori questo interessante articolo, scritto da Giampaolo Laugero, sacerdote e docente di Mondovì.

Quarant’anni fa, la sera del 12 maggio 1974, molti vescovi ed ecclesiastici italiani andarono a letto facendo fatica a prender sonno. La loro mente e il loro cuore erano piuttosto agitati e lo sconcerto si era impossessato della loro persona. Da un po’ di ore, infatti, erano ormai chiarissimi i risultati del referendum abrogativo della legge Fortuna-Baslini che quattro anni prima, esattamente il 1º dicembre del 1970, aveva introdotto nell’ordinamento giuridico italiano la pratica del divorzio. Subito dopo quella data, un folto gruppo di cattolici annunciava di aver intenzione di impegnarsi perché fosse indetto un referendum abrogativo. L’iniziativa trovò subito l’avallo dell’episcopato italiano e, forse un po’ a malincuore, dello stesso Paolo VI che probabilmente intuiva a cosa avrebbe condotto l’ardita impresa. Per mesi, infatti, si combatté una battaglia verbalmente cruenta e il clima sociale della penisola si surriscaldò. Fra i partiti a sostenere il “sì” all’abrogazione si trovarono fianco a fianco la Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale italiano. Sul fronte opposto, si compattarono radicali, socialisti, comunisti, repubblicani e liberali.

L’avvicinarsi della data del referendum introdusse poi una clamorosa divisione anche all’interno del corpo ecclesiale. Una lacerante ferita venne infatti causata dalla comparsa dei cosiddetti “cattolici del no”, contrari a votare per l’abolizione della legislazione divorzista. Fra coloro che predisposero l’appello contrario all’abrogazione, comparivano nomi eccellenti del cattolicesimo nostrano, quali Francesco Traniello, Paolo Prodi, Giuseppe Alberigo, Pietro Scoppola, Paolo Brezzi, Raniero La Valle, Mario Pastore, Adriana Zarri e altri ancora. Soprattutto, però, saranno gli interventi del rettore dell’Università Cattolica, Giuseppe Lazzati, e quello di fratel Carlo Carretto a destare particolare scalpore. Evidentemente però questi cattolici non rappresentavano soltanto uno sparuto gruppo di battezzati se il risultato del referendum si manifestò nei termini seguenti: sì all’abrogazione 40,7%, no all’abrogazione 59%. Una maggioranza schiacciante.

A quel punto un fatto apparve improvvisamente chiaro agli occhi di tutti, anche di chi negli anni precedenti si era trastullato nel sogno di una “nuova cristianità”: come tutte le altre grandi nazioni democratiche europee, anche l’Italia non era più un Paese cattolico. La penisola si era lentamente ma progressivamente secolarizzata, e buona parte dei cattolici non seguiva più pedissequamente le indicazioni dei pastori. Per questo motivo il 12 maggio del ‘74 rappresenta una data storica per l’Italia, una data che divide in due momenti il percorso della nazione e della Chiesa stessa. Prima e dopo. Che le cose stessero procedendo in quella direzione lo evidenziavano da anni parecchi indizi, ma non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. A parte questo, però, la maggioranza dell’episcopato, del clero e dei laici emergenti nel panorama ecclesiale non aveva compiuto alcun percorso culturale. Se tale percorso fosse stato compiuto, sarebbe risultato evidente un fatto: nella società moderna, legislazione civile e norma ecclesiale non possono più necessariamente coincidere. Nel caso specifico non si poteva pensare che l’Italia non seguisse il resto delle nazioni europee, che da tempo avevano normato la questione del divorzio, introdotto per la prima volta quasi duecento anni prima in Francia, durante gli anni della rivoluzione francese. Già allora, a rivoluzione conclusa, erano falliti i tentativi di portare all’indietro l’orologio della storia.

Così pochi anni dopo, nel 1981, addirittura il 67,9% degli italiani si manifesterà favorevole a mantenere la legislazione abortista. Probabilmente l’errore del referendum sul divorzio condizionò anche la battaglia, ben più importante e ben più giusta perché non confessionale, contro l’introduzione dell’aborto legalizzato. Ma già l’anno successivo al ‘74, il 15 giugno, e quasi sull’onda del referendum, il Partito comunista incrementava notevolmente i suoi voti. Tutto ciò rappresentò una scossa salutare per il mondo cattolico che si mosse subito dando vita al Convegno su Evangelizzazione e promozione umana (1976), considerato il primo di una serie successiva di appuntamenti simili, ma assai diverso dai convegni che seguiranno, in quanto nato e preparato non su imput della gerarchia. Negli anni seguenti, poi, si parlò a lungo, invero senza grandi risultati, anche della “ricomposizione dell’area cattolica”. In ogni caso il 12 maggio del ‘74 ha significato un punto di svolta e di non ritorno per la nostra Chiesa e il nostro Paese, malgrado le nostalgie per il mondo che fu, ancora presenti tutt’oggi in qualche espressione del cattolicesimo italiano.