QUARANT'ANNI FA IL REFERENDUM SUL DIVORZIO

Suggerisco alla riflessione dei lettori questo interessante articolo, scritto da Giampaolo Laugero, sacerdote e docente di Mondovì.

Quarant’anni fa, la sera del 12 maggio 1974, molti vescovi ed ecclesiastici italiani andarono a letto facendo fatica a prender sonno. La loro mente e il loro cuore erano piuttosto agitati e lo sconcerto si era impossessato della loro persona. Da un po’ di ore, infatti, erano ormai chiarissimi i risultati del referendum abrogativo della legge Fortuna-Baslini che quattro anni prima, esattamente il 1º dicembre del 1970, aveva introdotto nell’ordinamento giuridico italiano la pratica del divorzio. Subito dopo quella data, un folto gruppo di cattolici annunciava di aver intenzione di impegnarsi perché fosse indetto un referendum abrogativo. L’iniziativa trovò subito l’avallo dell’episcopato italiano e, forse un po’ a malincuore, dello stesso Paolo VI che probabilmente intuiva a cosa avrebbe condotto l’ardita impresa. Per mesi, infatti, si combatté una battaglia verbalmente cruenta e il clima sociale della penisola si surriscaldò. Fra i partiti a sostenere il “sì” all’abrogazione si trovarono fianco a fianco la Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale italiano. Sul fronte opposto, si compattarono radicali, socialisti, comunisti, repubblicani e liberali.

L’avvicinarsi della data del referendum introdusse poi una clamorosa divisione anche all’interno del corpo ecclesiale. Una lacerante ferita venne infatti causata dalla comparsa dei cosiddetti “cattolici del no”, contrari a votare per l’abolizione della legislazione divorzista. Fra coloro che predisposero l’appello contrario all’abrogazione, comparivano nomi eccellenti del cattolicesimo nostrano, quali Francesco Traniello, Paolo Prodi, Giuseppe Alberigo, Pietro Scoppola, Paolo Brezzi, Raniero La Valle, Mario Pastore, Adriana Zarri e altri ancora. Soprattutto, però, saranno gli interventi del rettore dell’Università Cattolica, Giuseppe Lazzati, e quello di fratel Carlo Carretto a destare particolare scalpore. Evidentemente però questi cattolici non rappresentavano soltanto uno sparuto gruppo di battezzati se il risultato del referendum si manifestò nei termini seguenti: sì all’abrogazione 40,7%, no all’abrogazione 59%. Una maggioranza schiacciante.

A quel punto un fatto apparve improvvisamente chiaro agli occhi di tutti, anche di chi negli anni precedenti si era trastullato nel sogno di una “nuova cristianità”: come tutte le altre grandi nazioni democratiche europee, anche l’Italia non era più un Paese cattolico. La penisola si era lentamente ma progressivamente secolarizzata, e buona parte dei cattolici non seguiva più pedissequamente le indicazioni dei pastori. Per questo motivo il 12 maggio del ‘74 rappresenta una data storica per l’Italia, una data che divide in due momenti il percorso della nazione e della Chiesa stessa. Prima e dopo. Che le cose stessero procedendo in quella direzione lo evidenziavano da anni parecchi indizi, ma non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. A parte questo, però, la maggioranza dell’episcopato, del clero e dei laici emergenti nel panorama ecclesiale non aveva compiuto alcun percorso culturale. Se tale percorso fosse stato compiuto, sarebbe risultato evidente un fatto: nella società moderna, legislazione civile e norma ecclesiale non possono più necessariamente coincidere. Nel caso specifico non si poteva pensare che l’Italia non seguisse il resto delle nazioni europee, che da tempo avevano normato la questione del divorzio, introdotto per la prima volta quasi duecento anni prima in Francia, durante gli anni della rivoluzione francese. Già allora, a rivoluzione conclusa, erano falliti i tentativi di portare all’indietro l’orologio della storia.

Così pochi anni dopo, nel 1981, addirittura il 67,9% degli italiani si manifesterà favorevole a mantenere la legislazione abortista. Probabilmente l’errore del referendum sul divorzio condizionò anche la battaglia, ben più importante e ben più giusta perché non confessionale, contro l’introduzione dell’aborto legalizzato. Ma già l’anno successivo al ‘74, il 15 giugno, e quasi sull’onda del referendum, il Partito comunista incrementava notevolmente i suoi voti. Tutto ciò rappresentò una scossa salutare per il mondo cattolico che si mosse subito dando vita al Convegno su Evangelizzazione e promozione umana (1976), considerato il primo di una serie successiva di appuntamenti simili, ma assai diverso dai convegni che seguiranno, in quanto nato e preparato non su imput della gerarchia. Negli anni seguenti, poi, si parlò a lungo, invero senza grandi risultati, anche della “ricomposizione dell’area cattolica”. In ogni caso il 12 maggio del ‘74 ha significato un punto di svolta e di non ritorno per la nostra Chiesa e il nostro Paese, malgrado le nostalgie per il mondo che fu, ancora presenti tutt’oggi in qualche espressione del cattolicesimo italiano.

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