Le parole per dirlo
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06.05.2015

“Il cristianesimo è un’esperienza sensibile e corporea”
(Marcello Neri, teologo italiano, 1965 )

Leggo questa espressione nel bel libretto: “La dimora ospitale”.
Abbiamo fatto del cristianesimo una teoria o un insieme di leggi.
Una teoria: cioè abbiamo ridotto il cristianesimo a “pane per la testa”. Un insieme di verità da credere, spesso di verità molto approssimative, imparate al catechismo da bambini.  Verità generiche ed astratte. Verità senza lo spessore della vita. Così, diventati grandi, quando sentiamo il gusto dolcissimo o amaro della vita, quelle verità diventano mute e lontane. Sanno di carta, non di vita. E la fede si spegne. Dio diventa una bella favola per bimbi, un sogno per adolescenti, un compagno inutile per gli adulti. E lo abbandoniamo o, meglio, lo teniamo ben riposto da qualche parte, come un libro che un tempo ci aveva appassionato ed ora sta bene nello scaffale alto della nostra libreria. Una nostalgia dolce e malinconica, ma appunto inutile.
Oppure il cristianesimo è diventato un insieme di leggi per un retto comportamento. Anche questo aspetto è interessante. È importante avere regole per guidare il nostro cammino. Ma quando la vita si fa seria e densa, le leggi da sole non reggono. Di fronte al dolore non basta fare i bravi per trovarci un senso. E di fronte ad un’ingiustizia subìta non basta fare i bravi per reggere. E di fronte alla morte non basta fare i bravi per credere ancora alla vita. Ci vuole sostanza, sostanza concreta e toccabile. Per vivere.
Ecco allora la necessità di riscoprire “la cosa” del cristianesimo. Non solo le idee e le leggi, ma la realtà. Che è la storia di Gesù Cristo, venuto a noi in carne e sangue. Una vita concreta che ci sta davanti, accanto. Che possiamo guardare. Una vita che ci urla: “Io, Dio, mi prendo cura di voi, per sempre”. Così credere significa essere toccati da questa certezza, da questo urlo, da questa carezza intensa. La vita di Gesù ci fa toccare con mano che Dio viene a noi, che Dio è dentro questa nostra storia, che Dio è attaccato, per sempre alle nostre vicende umane. Lo trovo e lo troverò per sempre nelle mie concrete vicende. Proprio come dice il nostro teologo: “Ben prima di essere una grammatica dell’intelletto e un codice di comportamento, il cristianesimo è questa esperienza, sensibile e corporea, dell’indubitabile attaccamento di Dio, nella sua parola, alle vicende dell’umano vivere”.
Questa è una bella notizia. Una notizia concreta. Pane per i miei giorni.

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06.05.2015
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