Le parole per dirlo
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08.06.2016

“Sisifo non morirà di fatica, ma di noia” 
(Calvin Coolidge, Presidente degli Stati Uniti, 1872-1933)

Siamo a giugno. Stanno per finire le scuole. Per molti studenti inizia il periodo degli esami. Siamo a metà dell’anno. Iniziamo a sentire la stanchezza. Alle orecchie ci giungono frasi di questo tipo: “Sono stanco, ho già voglia di un po’ di vacanza”; “Ho bisogno di staccare”; “Le ferie sono ancora lontane”. In questo clima credo sia azzeccata l’espressione di Coolidge: “Sisifo non morirà di fatica, ma di noia”. Sisifo, personaggio dell’antica Grecia, era stato condannato dagli dei ad una pena tremenda: doveva spingere un grande masso verso la cima di una montagna; arrivato in cima il masso rotolava giù dal versante opposto; lui scendeva ai piedi della montagna e, nuovamente, spingeva il masso sulla cima; arrivato in cima il masso rotolava giù e così Sisifo riprendeva la salita, per l’eternità. Una fatica infinita. Ma, soprattutto, una fatica inutile. Ciò che rende orrenda la pena di Sisifo non è la fatica, ma la sua assoluta inutilità. Egli fatica, per nulla. Ecco la tragedia. Anche per la nostra vita. Non è la fatica che deve spaventarci, ma il senso di inutilità. La fatica non è un guaio. È la compagna costante delle nostre giornate. Vivere è faticoso: studiare, lavorare, fare la spesa, camminare, preparare pranzo… costa fatica. Non si vive senza faticare. Ogni azione richiede energia, attenzione, sudore, sforzo, dedizione. In una parola: fatica. Come diceva Publio Siro: “La lode arriva solo dopo che la fatica le ha aperto la strada”. Dunque non dobbiamo spaventarci della fatica. Piuttosto dobbiamo spaventarci della noia, del senso di inutilità. La fatica diventa insopportabile quando ci appare inutile. Per questo abbiamo bisogno di sogni e progetti da inseguire. Per l’alpinista la fatica è cosa normale, fin dal primo passo del mattino. Ma è importante che la passione della cima sia sempre più forte del bruciore della fatica. L’attesa della cima rende vivibile ogni stanchezza. Il sogno continua a muovere i piedi. Ed in quella fatica nasce il vero camminatore. Perché “Il miglior riconoscimento per la fatica fatta non è ciò che se ne ricava, ma ciò che si diventa grazie ad essa” (J. Ruskin). Ed allora continuiamo il nostro cammino anche a giugno. Con la certezza che ciò che conta non sono innanzitutto i risultati ottenuti, ma l’uomo che sono diventato e che desidero diventare. Fatica dopo fatica. Buon cammino.

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08.06.2016
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