Le parole per dirlo
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09.11.2016

“Ciò che conta di fronte alla libertà del mare non è avere una nave, ma un porto dove andare” 
(A. D’Avenia, scrittore, 1977)

Un libro che ha segnato gli ultimi dieci anni (“L’epoca delle passioni tristi”) sostiene questa tesi: la crisi fondamentale della nostra epoca è una crisi di futuro, di direzione, di senso. Gli autori si spiegano con una bellissima immagine: siamo tutti su una barca, remiamo con forza, ma sappiamo con certezza che non c’è nessun porto dove andare. Così siamo presi da due “passioni tristi”: ci sentiamo impotenti e disperati. Impotenti perché, pur remando con buona volontà, non riusciamo a portare la barca da nessuna parte. Disperati perché ci manca un porto, una casa, una meta per cui valga la pena remare. E così troviamo ad essere estranei su barca. L’immagine è molto efficace; ci mostra un futuro poco promettente. Fatichiamo ad avere progetti o sogni che ci prendano il cuore. E così il nostro “remare quotidiano” diventa inutile: ci sembra di “girare a vuoto”. Ci sentiamo “stranieri in casa nostra”. Perché se il lavoro quotidiano diventa inutile allora piano piano lo guardiamo con freddezza, con indifferenza, senza passione. È proprio così: se non c’è uno scopo in ciò che fai, se non c’è un sogno dietro le tante fatiche quotidiane, allora ti vien da dire: “Ma che senso ha tutto questo”? E finiamo col fare le cose “in automatico”, subendole come automi. Funzioniamo, ma senza passioni. Diventiamo, appunto, “funzionari” della vita. Affrontiamo tutto da “funzionari”: il lavoro, la preparazione dei pasti, la vita di coppia, le amicizie, la vita sociale.
In questa luce ecco la bellezza della frase di D’Avenia: “Ciò che conta di fronte alla libertà del mare non è avere una nave,  ma un porto dove andare, un porto, un sogno, che valga tutta quell’acqua da attraversare”. Bellissima questa immagine. Di fronte al mare, di fronte all’oceano non basta avere una nave, due navi, dieci navi. Neppure basta avere una nave enorme, solida, comoda, sicura. Ci vuole qualcosa che ti spinga a partire, che ti aiuti ad avere il coraggio di partire, di sfidare l’incertezza del mare. Qualcosa che valga quanto gli sforzi per attraversare tutta quell’acqua. Ecco l’importanza dei sogni. Che non possono essere soltanto sogni individuali. Nella crisi di futuro i sogni personali si infrangono presto. Anzi non sorgono neppure. Abbiamo bisogno di sogni collettivi, che ci facciano intravedere un porto lontano. Allora ripartiranno tutti i nostri sogni personali.
Nel mese di novembre i credenti parlano di Paradiso. Che meraviglia ritrovare questo “porto lontano”. In questo “sogno” la vita ritrova una direzione e posso tornare a remare con entusiasmo anche in un’epoca di crisi, anche con i venti contrari. Il futuro ritorna ad essere promettente.

09.11.2016
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