Le parole per dirlo
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17.12.2014

“La nostra vita religiosa si è trasferita al di fuori delle forme carnali del rituale, del culto, della pratica, finché essa finisce per risiedere sempre più nella testa” (Charles Taylor, filosofo, 1931)

“Sono credente, ma non praticante”. Spesso mi capita di sentire quest’espressione. Ovviamente rispetto tale posizione e non giudico la bontà di chi la professa. Ma mi domando: che cosa significa essere credenti non praticanti? Forse ha ragione Taylor: in queste persone la fede “risiede sempre più nella testa”. Cioè è un’idea, un insieme di idee circa Dio e la vita. Idee che ispirano, che confortano, che guidano. Ma sempre e solo idee. Siccome siamo fatti di carne le idee da sole non bastano. Noi tutti abbiamo bisogno di sentire, toccare,  provare. Questo vale per tutti gli ambiti della vita. Pensiamo all’amore: non basta avere una buona teoria sull’amore se non vivi una relazione amorosa; non basta una bella teoria sull’amicizia se non provi un’amicizia vera. Così per il dolore: non basta una bella teoria sul dolore ad affrontare il dolore; servono strumenti concreti: una persona che ti stia vicino, un medico che ti curi, qualcosa che ti alimenti la speranza e ti rafforzi il coraggio. In una parola non bastano i concetti per vivere: occorre suscitare i sentimenti, vincere le paure, scegliere, allenare la volontà. I concetti non sostituiscono la realtà. Una buona idea su Dio non è Dio.
A questo servono i riti. Sono la dimensione materiale della fede. Lì puoi toccare gli altri e Dio. Lì, con i sensi, puoi andare alla “cosa stessa”, a Dio stesso. Al rito si va con il corpo, innanzitutto. E si vive con il corpo: movimenti, sguardo, profumi, tatto, suoni, silenzi, parole. Tutte cose corporee che toccano il corpo, stimolano i sensi, aiutano a “toccare Dio con i sensi” e non solo con la testa.
Nei riti imparo a fare ciò che è fondamentale per vivere: lodare, ringraziare, benedire. Lodare, cioè gioire per il bene degli altri. Ringraziare, cioè accorgerci che i beni e i talenti miei sono  un dono. Benedire, cioè imparare a guardare il bene attorno a noi e non solo il male. Per vincere i tre mali fondamentali: l’invidia, l’ingratitudine, la maledizione.
E allora? Visto che quasi tutti andremo alla messa di Natale, proviamo a vivere tale messa con i sensi accesi, con gli occhi, con le orecchie, con il corpo. Sentiamo il corpo dei fratelli presenti, accogliamoli come fratelli. Passiamo un’ora a lodare, ringraziare, benedire. E sicuramente ci sentiremo toccati dal Dio che viene a noi.

17.12.2014
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