Le parole per dirlo
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22.04.2015

“La gioia non è un bene” (Marcello Neri, teologo, 1965)

La nostra cultura ha ridotto il soggetto ad un individuo. Cioè ci ha convinti che ciascuno di noi è pensabile e descrivibile a prescindere dalle sue relazioni. Ognuno è convinto di essere quello che è per puro merito proprio. Povero illuso. Ognuno è quello che è grazie alle tante persone e vicende che ha incrociato: genitori, professori, amici, colleghi. Ma anche alle varie istituzioni nelle quali è vissuto: famiglia, scuola, città, stato, parrocchia… Noi non siamo pensabili senza le relazioni.
In questo contesto l’individua si pensa “al centro” e guarda tutto ciò che gli sta intorno come “cose da consumare”.  Le stesse relazioni sono cose da consumare, non rapporti da costruire. Così pure la gioia: è diventata un diritto che mi spetta,  un prodotto che devo avere a tutti i costi,  una merce che devo poter comprare, un bene da consumare. Ma la gioia non è un bene comprabile, non si trova al mercato. Dice bene il nostro teologo: “La gioia non è un bene. Essa è, piuttosto, il gusto che lascia la bontà del vivere nei giorni finiti che ci sono dati”. Infatti la vita non è buona se mi fa star bene, ma se in essa io riesco a generare il bene. La vita è buona se genero qualcosa di buono. Perché io non sono un pozzo da saziare, ma un uomo che si riempie donandosi. E la gioia è il gusto che provo nel poter essere dono per qualcuno. La gioia non si compra, si trova. Come conseguenza della bontà.
Siamo tutti assetati di gioia. Troppo spesso la cerchiamo nel posto sbagliato. Ci ostiniamo ad andare a comprarla, mentre essa si trova in casa nostra, sulla via verso il mercato, nella nostra scuola. Non è a buon mercato, spesso è faticosa. Ma ne abbiamo bisogno come dell’aria. Inizia ad entrare nel nostro cuore appena smettiamo di difenderci, di pretendere, di imporci. Appena lasciamo spazio agli altri, appena li guardiamo come regalo, appena ci appassioniamo al nostro lavoro, appena proviamo un sincero gesto gratuito. Ecco appunto: la gioia affiora appena facciamo qualcosa di buono.  Buon lavoro.

22.04.2015
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