Testimoni del Risorto
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Bertilla Antoniazzi

Testimoni del Risorto 22.10.2014

Parole chiave: testimoni del risorto (15), gianpiero pettiti (15)
Calendario liturgico Antoniazzi Bertilla

“La mia vocazione è di fare l’ammalata e non ho tempo di pensare ad altre cose!”: è la sua risposta a chi le chiede cosa voglia fare “da grande”. L’interessata, quasi ventenne, è impegnata a fare “il lavoro dell’ammalata” dall’età di otto anni, da quando le hanno diagnosticato una endocardite reumatica, cioè una malattia al cuore che le toglie il respiro e le forze, costringendola per lunghi periodi a letto e all’ospedale, senza però riuscire mai a spegnere la sua gioia di vivere, a vincere il suo ottimismo, a toglierle il sorriso. Anzi, si impegnerà talmente in questo suo “lavoro” da farlo diventare il suo capolavoro e grazie al quale è ricordata ancora oggi, dopo 50 anni. Bertilla Antoniazzi nasce a San Pietro Mussolino (Vicenza) il 10 novembre 1944, penultima di nove figli. A dicembre 1952 si ammala di una brutta influenza, complicata da un’infezione intestinale; non ha tempo di rimettersi e subito a marzo viene colpita da forti dolori articolari; ad agosto comincia ad avvertire notevoli difficoltà respiratorie, fino all’impietosa diagnosi, che di fatto decreta la sua invalidità cronica e le prospetta una morte precoce. “Se fosse uno dei miei figli, preferirei qualsiasi altra malattia a questa”, commenta il medico chiamato a consulto, con ciò dichiarando la resa  della scienza medica del tempo. Il 21 agosto 1953 Bertilla entra per la prima volta nel reparto pediatrico dell’ospedale di Vicenza, da dove uscirà cinque mesi dopo. Negli anni successivi i ricoveri si faranno sempre più frequenti e prolungati, di pari passo con l’aggravarsi del quadro clinico generale, fino al triste epilogo, sempre tra le mura dell’ospedale vicentino. Bertilla, come tutti i malati, ha davanti a sé la possibilità di “subire” questa sua condizione, di “sopportare” la sua malattia; oppure può abbracciarla e imparare ad utilizzarla. Fa sua la seconda opzione: risale al suo primo ricovero un quadernetto, trovato solo dopo la morte, in cui puntigliosamente, giorno per giorno, annota per “chi” sono offerte le sue sofferenze. Il suo spirito di intercessione, negli anni della fanciullezza, è ancora orientato principalmente verso i suoi cari, dai quali la malattia la separa, e soprattutto verso il fratellino Egidio, che una cura medica errata ha reso sordomuto. A 13 anni, però, la sua intercessione si allarga già alle dimensioni del mondo: il lunedì, per le anime del Purgatorio; il martedì, per i missionari e gli infedeli (noi diremmo “i non credenti”); il mercoledì, per la conversione dei peccatori moribondi; il giovedì, per i sacerdoti… A 15 anni aderisce ai “Volontari della sofferenza”, fondati dal beato Novarese, e negli ideali di questa associazione trova il senso e il valore pieno della sua esistenza, che, agli occhi del mondo, può sembrare “misera”, “pietosa”, “inutile”, ma che, vissuta in unione con Cristo, diventa “una preghiera incessante”. Bertilla diventa una “missionaria della sofferenza”: ogni mattina “indossa” il suo dolore, come si indossa una divisa, con entusiasmo, anche se è pesante come un macigno sotto il quale si sente schiacciare. Vive così le giornate degli anni più belli della sua adolescenza e della sua prima giovinezza, inchiodata a quella croce, ma con il sorriso sulle labbra. Da eroina, non da sconfitta, tanto da poter consigliare a suo cugino, affetto da sclerosi multipla: “Ti esorto di non lasciar andare perduto un solo momento della tua sofferenza, senza averla posta nelle mani di Gesù”. Sta evidentemente attingendo a piene mani dalla sua esperienza personale, perché Bertilla non ha direttore spirituale fisso: il suo unico appoggio e consigliere è Gesù ed è lui che la guida sulle vette dell’ascetica, facendola diventare preghiera e offerta continua. A 16 anni legge la vita di una sua omonima, suor Bertilla Boscardin, morta nel 1922, a 34 anni, e che Pio XII ha proclamato beata nel 1954: entra subito in sintonia con lei, che diventa il suo esempio e la sua più intima amica. Mentre si susseguono i suoi ricoveri in ospedale, cresce anche la sua fedeltà alla sua “vocazione di ammalata”, al punto che nel 1963, davanti alla grotta di Lourdes, non prega per la sua guarigione, ma per quella di chi sta peggio di lei. Muore alle 20,30 del 22 ottobre 1964 e si accorgono che alla stessa ora, dello stesso giorno, nello stesso mese di 22 anni prima moriva santa Bertilla: evidentemente era venuta a prenderla per farle condividere la sua gloria in cielo. Ma c’è da giurarci che tra breve condividerà anche la gloria della canonizzazione in terra.

Bertilla Antoniazzi
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